Scaloni, l'anti-allenatore che ha ricostruito l'Argentina: "Non serve essere un mago, abbiamo i giocatori"

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Lionel Scaloni, ct dell'Argentina, non si è mai considerato un visionario. Eppure, mentre il mondo del calcio cerca di decifrare le geometrie variabili della sua Albiceleste, il tecnico originario di Pujato continua a ripetere che il suo ruolo è marginale, quasi accessorio rispetto al talento dei giocatori. «Non serve essere un allenatore mago. Abbiamo giocatori forti, questa è la realtà», ha dichiarato al termine dell'ultima sfida, quasi a voler smontare l'aura di genialità che i media internazionali provano a cucirgli addosso.

Un atteggiamento, il suo, che di fronte all'ennesima rimonta della sua squadra – quella contro l’Egitto, chiusa da 0-2 a 3-2 – suona quasi come una provocazione verso chi nel calcio cerca il tatticismo esasperato e il "falso modulo".

L'impresa più grande di Scaloni, forse, è stata proprio quella di trasformare un'eredità pesante – quella del dopo Maradona e del dopo le delusioni mondiali – in un punto di forza.

Per anni, la Pulce, Lionel Messi, ha faticato a trovare un'intesa reale con la maglia dell'Albiceleste, come se la pressione di dover essere il nuovo Diego avesse schiacciato la sua naturalezza. Con l'arrivo di Scaloni, però, l'aria è cambiata. Non perché il ct abbia inventato schemi rivoluzionari o movimenti inediti, ma perché ha avuto il coraggio di fare l'unica cosa che contava: mettere i giocatori nelle condizioni di esprimersi, liberandoli dal giogo della tattica fine a sé stessa.

La filosofia del "non fare": l'elogio dell'evidenza

In un'intervista rilasciata alla vigilia del quarto di finale contro la Svizzera, Scaloni ha ribadito un concetto che sta diventando il suo marchio di fabbrica. «Siamo una squadra che non si arrende mai», ha affermato, sottolineando come la passione per il calcio che anima l'Argentina sia il vero motore di queste vittorie. E quando gli hanno chiesto dell'operato di Lamine Yamal o del confronto generazionale, ha risposto con la consueta semplicità, ridimensionando il ruolo dell'allenatore a una figura che si limita a "dire tre o quattro cose" e a sistemare i calciatori in campo.

Una dichiarazione che ha scatenato il dibattito negli studi tv, dove qualcuno l'ha paragonato a uno chef stellato che, anziché complicare le ricette, decide di esaltare la qualità della materia prima.

Questa filosofia, che potremmo definire "destrutturante" nel calcio, ha portato l'Argentina a vincere tutto ciò che c'era da vincere negli ultimi anni. Ma non si tratta di anarchia tattica. Il segreto, come dimostra la partita contro l'Egitto – dove la squadra è riuscita a ribaltare un doppio svantaggio nei supplementari – è la solidità del gruppo e la fiducia in Messi, che Scaloni ha saputo rigenerare.

«Chi non avrebbe messo Lautaro? Non serve essere Einstein per fare queste cose», ha detto ironicamente, sferzando chi cerca sempre il colpo di scena in panchina per sembrare più intelligente degli altri.

Il caso Capo Verde e il momento più difficile

Il percorso dell'Albiceleste verso questi quarti di finale non è stato privo di ostacoli. Già nel 2022, in Qatar, la squadra aveva sfiorato l'eliminazione. E in questa edizione del Mondiale, la tensione si è fatta sentire fin dalla sfida contro Capo Verde, risolta solo ai supplementari per 3-2, e nella rimonta subita contro l'Egitto. Scaloni, tuttavia, non ha mai perso il suo aplomb quasi surreale. Le sue dichiarazioni post-partita suonano come un mantra: la vittoria è del gruppo, il merito è dei calciatori, l'allenatore è un ingranaggio tra tanti.

Questa umiltà, che lui definisce "non falsa modestia", è forse la sua arma più potente.

A Kansas City, dove si è giocata la sfida che ha sancito il passaggio del turno, l'Argentina ha dimostrato di avere una marcia in più rispetto alle avversarie. Non è il calcio "specchio" di altre nazionali, fatto di possesso palla sterile o di verticalizzazioni a ripetizione. È un calcio fatto di cuore e di istinto, ma anche di una precisa organizzazione che parte dalla difesa e dalla capacità di leggere le partite, una capacità che Scaloni inquadra come frutto dell'intelligenza dei singoli più che dello schema dell'allenatore.

Il "Ferran Adrià" del pallone e il rapporto con Messi

In molti, ormai, lo definiscono il Ferran Adrià del calcio. L'azzardo non è tanto nell'idea di gioco, quanto nell'approccio mentale: Scaloni è riuscito a spogliare la panchina di tutta quella supponenza tecnica che spesso allontana i campioni dal mister. Con lui, Messi non è più il capitano che deve portare la squadra sulle spalle da solo, ma il faro di una comunità di giocatori che si sentono parte di qualcosa di più grande. «Abbiamo i giocatori, questa è la realtà», ripete spesso.

Un'affermazione che, letta tra le righe, è una dichiarazione di guerra a tutto il calcio moderno, troppo incentrato sui numeri e sulle statistiche per capire che il pallone, in fondo, lo muovono le gambe di chi sta in campo.

Sebbene il suo nome sia stato accostato a club importanti – qualcuno lo vorrebbe a Napoli o sulle panchine dei grandi d'Europa – Scaloni sembra immuni alle lusinghe del mercato. Ma a prescindere da dove sarà in futuro, il suo lascito è già scritto nella storia recente dell'Argentina. Quella nazionale che non si arrende mai, che ha imparato a soffrire e a ribaltare le partite, porta indelebile la sua firma. Una firma che è una semplice, potentissima verità: per vincere, a volte, basta davvero mettere i giocatori dove sanno stare.

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