Ebola, il contagio avanza tra le tende dei profughi in Congo: 3.605 casi e 1.587 morti

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Il campo profughi di Kigonze, nel nordest della Repubblica Democratica del Congo, dall’alto appare come una distesa di rettangoli bianchi regolarmente disposti in file e colonne a formare un rombo di circa 0,2 chilometri quadrati, una superficie pari a metà della Città del Vaticano. Quei rettangoli sono le tende dove vivono circa 20.000 persone, sfollate a causa delle violenze tra milizie etniche rivali che da decenni insanguinano la zona di confine con Uganda, Ruanda e Burundi.

Ed è proprio in questo contesto di precarietà e affollamento che il virus Ebola ha trovato il terreno fertile per propagarsi, trasformando un’emergenza umanitaria già critica in una sfida sanitaria dalla portata devastante.

Un’epidemia senza rete, tra guerriglia e assistenza sanitaria al collasso

Nell’Ituri, una delle province orientali della Repubblica Democratica del Congo, l’Ebola non è arrivata con un’esplosione improvvisa, ma si è insinuata come un’onda cresciuta caso dopo caso: un decesso in un villaggio isolato, un’infermiera contagiata durante un turno di notte, un paziente giunto troppo tardi al centro di trattamento, un funerale celebrato senza le protezioni adeguate. Ogni episodio ha alimentato la catena di trasmissione, e oggi i numeri ufficiali parlano di 3.605 casi confermati e 1.587 decessi, con un tasso di letalità grezzo del 44 per cento, un dato che di per sé racconta la virulenza del patogeno e le difficoltà nel contenerlo. Le autorità sanitarie locali, supportate dall’Organizzazione mondiale della sanità, hanno classificato questa come una delle epidemie a più rapida espansione mai registrate, e gli ultimi report settimanali non fanno che confermare il trend: nell’ultima settimana di rilevazione completa, quella che precede il 30 luglio, sono stati segnalati 567 nuovi casi e 296 decessi, i picchi più alti dall’inizio dell’emergenza.

La corsa del virus e il nodo delle operazioni di risposta

Il paragone con le precedenti ondate epidemiche, e in particolare con quella del 2014 nell’Africa occidentale, è ormai ricorrente tra gli esperti, ma ciò che rende questa epidemia particolarmente insidiosa è la compresenza di fattori geopolitici e logistici che ostacolano le operazioni di controllo. Nelle province del Nord Kivu e dell’Ituri, dove si concentra la maggior parte dei focolai, decine di gruppi armati si contendono il controllo di territori ricchi di risorse minerarie, rendendo pericoloso o addirittura impossibile l’accesso agli operatori sanitari in molte aree rurali.

La popolazione locale, stremata da anni di conflitti e sfollamenti, vive spesso in condizioni di igiene precarie e con un accesso limitato all’acqua potabile, elementi che favoriscono la diffusione del virus, il quale si trasmette attraverso i fluidi corporei e richiede misure di isolamento rigorose per essere arginato.

Nonostante la disponibilità di un vaccino sperimentale e di terapie antivirali, la copertura vaccinale resta frammentaria e le campagne di sensibilizzazione incontrano diffidenza in alcune comunità, dove la sfiducia verso le autorità centrali e gli interventi esterni si somma al lutto e alla paura.

L’impatto sui campi profughi e la sfida della sorveglianza epidemiologica

Nei campi profughi come Kigonze, la densità abitativa e la mobilità costante degli sfollati rappresentano un moltiplicatore del rischio: una singola infezione non rilevata può generare decine di contatti secondari nel giro di pochi giorni, e i team di tracciamento, già sotto organico, faticano a ricostruire le reti di contatti in un contesto in cui le persone si spostano continuamente alla ricerca di cibo, acqua o notizie dei parenti.

Gli operatori umanitari riferiscono che molti malati, temendo l’isolamento nei centri di trattamento o la stigmatizzazione sociale, si nascondono o cercano cure presso guaritori tradizionali, alimentando così catene di trasmissione invisibili che sfuggono ai sistemi di sorveglianza. A ciò si aggiunge la difficoltà di gestire in sicurezza le salme dei deceduti, un passaggio cruciale per interrompere la trasmissione, poiché il corpo di un malato di Ebola rimane infettivo anche dopo la morte e le pratiche funebri tradizionali possono trasformarsi in eventi superspreader.

I numeri dell’emergenza e il ritmo eccezionale della trasmissione

Il quadro che emerge dai dati diffusi dalle autorità congolesi e dall’Oms è quello di una crisi che non accenna a rallentare: al 30 luglio, il bilancio ufficiale ha superato le 3.500 unità tra casi confermati e probabili, mentre il numero di vittime ha varcato la soglia di 1.500, con un incremento settimanale dei decessi pari al 50 per cento rispetto alla settimana precedente, un’accelerazione che ha allarmato la comunità internazionale.

La letalità, seppur leggermente inferiore rispetto ad alcune epidemie passate a causa di un migliore accesso alle cure di supporto, rimane a livelli drammatici, e il tasso di crescita esponenziale dei contagi sta mettendo a dura prova le strutture sanitarie locali, già indebolite da anni di sottofinanziamento e da altre emergenze endemica come il colera e il morbillo.

Mentre le autorità sanitarie tentano di potenziare le capacità di test e isolamento, la mobilità delle popolazioni attraverso i porosi confini con Uganda e Ruanda rappresenta un ulteriore fattore di rischio per la diffusione regionale del virus, e i paesi vicini hanno già attivato piani di preparazione per fronteggiare eventuali casi importati.

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