La crisi dei processori è più grave di quella delle memorie: prodotto introvabile nonostante i prezzi alle stelle
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Mentre il mercato fatica ad assorbire i continui rincari della DRAM, una dinamica ancor più preoccupante sta emergendo dal segmento delle CPU, dove la scarsità di prodotto si fa sentire con una violenza che nemmeno la memoria riesce a eguagliare. Se da un lato i moduli RAM sono ancora reperibili – seppur a costi proibitivi che hanno spinto Samsung ad annunciare un ulteriore aumento del 30% dei listini per questo trimestre, dall’altro l’offerta di processori, specialmente quelli destinati ai server e al fascia media, è letteralmente crollata.
Secondo le ultime rilevazioni del settore, i principali assembratori come Dell e HP stanno segnalando tempi di attesa per le piattaforme server che sono passati da poche settimane a diversi mesi, con previsioni che indicano un aggravarsi della situazione nel corso del secondo trimestre del 2026. La ragione di questo collasso dell’offerta risiede in una corsa all’oro che ha un nome ben preciso: l’intelligenza artificiale. Gli hyperscaler, ovvero i giganti del cloud, stanno letteralmente prosciugando il mercato acquistando qualsiasi quantità di silicio ad alte prestazioni, spazzando via interi stock di CPU di ultima generazione. Se a questo si aggiunge che Intel ha iniziato ad applicare rincari a doppia cifra su tutta la sua gamma di chip basati sull’architettura 10nm (dalla dodicesima alla quattordicesima generazione), la situazione per l’utente finale diventa paradossale: i fondi di budget non mancano, ma la merce sugli scaffali (virtuali) è semplicemente assente.
L’intelligenza artificiale devora i chip e cambia le regole del mercato hardware
Il fenomeno che stiamo osservando non è una semplice flessione ciclica, ma una vera e propria riscrittura delle priorità produttive su scala globale. I fornitori tradizionali, trovandosi di fronte a una domanda senza precedenti da parte dei data center dedicati all’AI, hanno riallocato la loro capacità produttiva verso i chip più redditizi, trascurando le fasce basse del mercato. Ne è un esempio lampante la sorte delle CPU entry-level, come la serie Intel N (Alder Lake-N): la loro offerta è stata drasticamente ridotta o addirittura azzerata, causando aumenti di prezzo superiori al 200% laddove si riesca ancora a trovare qualche unità.
La stessa AMD, dal canto suo, ha già venduto l’intera capacità produttiva di CPU per server per l’intero 2026, con i clienti del canale retail che si vedono negare qualsiasi garanzia di allocazione. Questa morsa sta costringendo i Cio a rivedere i budget approvati solo pochi mesi fa, dovendo scegliere se ridurre le prestazioni dei nuovi nodi o rinunciare del tutto all’upgrade. Architetture progettate per sfruttare grandi quantità di memoria e potenza di calcolo devono essere rimodulate al ribasso, mentre la prospettiva di un miglioramento delle forniture si allontana sempre più.
Memorie in apnea e un futuro segnato dalla scarsità di wafer
E se la situazione dei processori appare drammatica, quella delle memorie RAM non è certo da meno, sebbene per ragioni leggermente diverse. La domanda globale di DRAM, infatti, continuerà a superare l’offerta almeno fino al 2027, con i produttori in grado di coprire a malapena il 60% del fabbisogno mondiale. A differenza delle CPU, qualche modulo si trova ancora, ma i prezzi hanno subito un’impennata tale da rendere l’acquisto di un PC una scelta dolorosa: i costi per i moduli enterprise sono schizzati del 60% in pochi mesi, un trend che si prevede stabile fino al 2028. La ragione strutturale è la stessa della carenza di CPU: le tre grandi (Samsung, SK Hynix e Micron) stanno dirottando le loro linee di produzione sulla memoria HBM (High Bandwidth Memory), quella utilizzata dalle GPU per l’AI, i cui margini sono molto più alti. Le nuove fabbriche, come quella inaugurata da SK Hynix a Cheongju, sono ottimizzate per l’HBM e non risolveranno la crisi della DRAM tradizionale per PC e smartphone se non ben oltre il 2027.
In questo contesto di scarsità, un’oculata caccia alle offerte può ancora portare a sorprese relative. Su Amazon, ad esempio, è tornato a essere conveniente il kit G.Skill Ripjaws V da 16GB in configurazione DDR4, con una frequenza di 3200MHz e latenza CL16. Grazie a uno sconto del 31%, questo prodotto viene proposto a circa 43,76 euro, un prezzo che, se rapportato alla crisi in atto, può considerarsi quasi un affare di altri tempi. Si tratta, in effetti, di una scelta intelligente per chi possiede una piattaforma datata e cerca di prolungarne la vita senza affrontare i costi proibitivi delle nuove piattaforme DDR5, la cui offerta è ormai vincolata a contratti di fornitura il cui prezzo viene aggiornato quotidianamente.
L’incertezza sui listini blocca il rinnovo dei parchi macchina aziendali
L’impatto di questa doppia crisi (CPU e RAM) non si limita al singolo consumatore che desidera un computer nuovo, ma investe pesantemente anche le strategie delle aziende. Queste ultime, che avevano pianificato refresh dei parchi macchina al termine del supporto per Windows 10, si trovano oggi di fronte a preventivi che sono esplosi ben oltre le previsioni. I Chief Information Officer (CIO) non hanno più la certezza dei prezzi nemmeno a breve termine: le quotazioni delle memorie DDR5 RDIMM per server, ad esempio, vengono ora rinegoziate su base settimanale, con aumenti che oscillano tra il 5% e il 10% ogni sette giorni.
Le conseguenze sono una drastica riduzione dei volumi ordinati e un ripensamento delle architetture IT. Molte aziende stanno rinunciando a configurazioni ottimali o tagliano la quantità di memoria per singolo nodo, riducendo la densità di virtualizzazione. Nel mondo dell’automotive, dove i chip devono soddisfare standard di affidabilità elevati, la situazione è altrettanto critica: la riconversione delle fabbriche verso l’AI ha ridotto l’allocazione della DRAM industriale, spingendo i costi alle stelle e lasciando solo i broker del mercato grigio come unici detentori di stock immediatamente disponibili.




