Svolta per il triplice omicidio in Burundi: a Medesano arrestato un 50enne dopo dodici anni

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Il lungo silenzio durato oltre un decennio si è infranto nella frazione di Medesano, alle porte di Parma, dove i carabinieri del comando provinciale hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di Guillaume Harushimana, cinquantenne originario del Burundi e da tempo residente in Italia. L’uomo, la cui posizione è ora al vaglio dell’autorità giudiziaria, è ritenuto gravemente indiziato di concorso nel triplice omicidio di suor Lucia Pulici, suor Olga Raschietti e suor Bernadetta Poggian, le missionarie saveriane brutalmente uccise tra il 7 e l’8 settembre del 2014 nella loro casa religiosa nel quartiere Kamenge di Bujumbura, in Burundi. Le indagini, coordinate dalla Procura di Parma e riaperte più volte nel corso degli anni, hanno finalmente portato a un nome e a un volto, gettando una luce sinistra su quello che, secondo gli inquirenti, non fu un gesto isolato ma un’operazione pianificata a livelli altissimi.

Le vittime, tre donne la cui vita era stata interamente spesa per gli altri, appartenevano alla Congregazione delle Missionarie Saveriane, un istituto con sede a Parma ma da decenni attivo in numerose missioni africane. Suor Lucia, 75 anni, originaria di Desio, era infermiera ed ostetrica; suor Olga, 83 anni, di Montecchio Maggiore, si dedicava alla catechesi; suor Bernadetta, 79 anni, di Ospedaletto Euganeo, aveva incentrato la sua missione sulla promozione e l’alfabetizzazione delle donne. Nel 2013, durante i loro ultimi rientri in Italia, avevano tutte manifestato, pur nella consapevolezza della stanchezza fisica, il desiderio di tornare in Africa, fedeli a una vocazione che le aveva portate prima in Brasile e nello Zaire, l’odierna Repubblica Democratica del Congo, e infine in Burundi, dove avevano contribuito a fondare un centro giovani nel tentativo di favorire la convivenza tra le tribù Hutu e Tutsi. La loro esistenza, dedicata alla cura dei poveri e dei malati, si concluse in un bagno di sangue: nel pomeriggio del 7 settembre le prime due religiose vennero aggredite e uccise con ferite da taglio all’interno della missione, mentre suor Bernadetta, che in quel momento si trovava all’aeroporto per accogliere alcune consorelle, rientrò in serata, scoprì i corpi e, secondo la ricostruzione, fu a sua volta sopraffatta e decapitata durante la notte, con il capo reciso deposto accanto al.

La svolta investigativa, giunta a distanza di dodici anni, è stata possibile grazie a un complesso lavoro di riapertura del fascicolo avvenuto nel 2024, dopo la presentazione del libro-inchiesta “Nel cuore dei misteri” della giornalista Giusy Baioni. Quel testo ha fornito nuovi spunti e testimonianze, tra cui quelle di alcune consorelle mai ascoltate dalle autorità burundesi, consentendo alla procura emiliana, diretta dal procuratore Alfonso D’Avino, di avviare una terza fase istruttoria. Le prime due, risalenti rispettivamente al 2014 e al 2018, si erano arenate: la prima per una questione di giurisdizione, la seconda nonostante il nome di Harushimana fosse già emerso da un pentito e l’uomo fosse stato sentito, riuscendo allora a fornire dei timbri sul passaporto che lo avrebbero messo al riparo da sospetti diretti. Oggi il quadro è radicalmente mutato.

La regia della polizia segreta e i moventi di un massacro

Secondo la ricostruzione della Procura di Parma, il triplice omicidio non fu un fatto di cronaca nera locale, ma maturò nei meandri della polizia segreta burundese, in un clima di terrore che all’epoca stringeva il paese. Il mandante, ormai deceduto, sarebbe stato il generale Adolphe Nshimirimana, all’epoca ai vertici dell’apparato di sicurezza e a sua volta ucciso nel 2015. A lui sarebbero stati riferiti il rifiuto delle suore di fornire assistenza sanitaria a milizie burundesi impegnate in Congo e, secondo alcune ipotesi, la loro conoscenza di certi traffici illeciti. A questi si aggiungerebbero concause che spaziano da presunti contrasti sulla gestione dei fondi del centro giovani, alimentati anche da finanziamenti provenienti dall’Emilia-Romagna, fino a inquietanti richiami a motivazioni esoterico-sacrificali legate a riti propiziatori per ambizioni politiche del generale. In questo scenario, Guillaume Harushimana, indicato come uno stretto collaboratore di Nshimirimana, avrebbe avuto un ruolo chiave non da esecutore materiale, ma da organizzatore e facilitatore logistico, un basista che avrebbe messo a disposizione le proprie conoscenze per garantire il successo dell’agguato.

Le indagini hanno delineato con precisione il contributo del cinquantenne ora in carcere. A lui vengono contestati una serie di atti preparatori: avrebbe partecipato ai sopralluoghi, garantito la disponibilità di denaro per i sicari, recuperato le chiavi della casa delle religiose e addirittura procurato camici da chierichetti o indumenti religiosi per permettere agli assassini di entrare nella missione senza destare sospetti. Un supporto che si spinse fino al tragico epilogo: dopo il primo duplice omicidio, gli esecutori materiali rimasero nascosti all'interno dell'edificio, attendendo il ritorno di suor Bernadetta per poi uccidere anche lei e allontanarsi, come confermato dagli investigatori, travestiti da poliziotti grazie a divise fornite dalla polizia segreta. Un’organizzazione che svela la complessità di un delitto rimasto per anni avvolto nel mistero, ostacolato anche da depistaggi locali, come l’arresto di un presunto folle e l’incendio di una radio che aveva diffuso le voci di alcuni rei confessi, poi a loro volta uccisi.

Dalla provincia di Parma all’Africa, il filo dei finanziamenti

L’arresto di Harushimana, avvenuto nella quiete della provincia parmense dove l’uomo si era stabilito e lavorava come collaboratore per un’associazione di cooperazione, riporta l’attenzione anche sui complessi intrecci economici che legano il territorio emiliano alla vicenda africana. L’indagato era infatti attivo in progetti finanziati con fondi regionali e comunali, un aspetto che, pur non essendo direttamente oggetto dell’ordinanza per omicidio, emerge come contesto significativo. Il cinquantenne era conosciuto per il suo ruolo di coordinatore di iniziative legate alla cooperazione internazionale, progetti che negli anni hanno beneficiato di contributi pubblici, sollevando interrogativi su quanto le istituzioni locali sapessero o avrebbero potuto sapere riguardo ai precedenti del loro partner in Burundi. L’arresto, che ha richiesto una specifica richiesta di procedere da parte del ministro della Giustizia per perseguire un cittadino straniero per reati commessi all’estero ai danni di italiani, rappresenta un punto di arrivo fondamentale per un’inchiesta che ha attraversato tre continenti.

Il dolore per la perdita delle tre consorelle non ha mai abbandonato la città di Parma, dove la congregazione ha sede e dove, proprio nei mesi scorsi, è stata intitolata una via alle "Martiri Saveriane in Burundi". Un segno tangibile di una ferita ancora aperta e della speranza che la verità potesse un giorno emergere. A guidare idealmente il cammino degli inquirenti, come è stato ricordato dagli stessi carabinieri, sono state anche le parole di Papa Francesco che all'indomani della strage, per mano del cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, aveva espresso il suo profondo cordoglio, auspicando che il sangue versato potesse diventare seme di speranza per costruire l’autentica fraternità tra i popoli. Un seme che oggi, a distanza di dodici anni, sembra aver finalmente germogliato in un’aula di giustizia, dove Guillaume Harushimana, ora rinchiuso nel carcere di Parma in attesa di essere interrogato, dovrà rispondere dell’accusa di aver contribuito a spegnere tre vite illuminate dalla fede e dalla carità.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.