Quei centri per il cibo, una trappola letale: superati i 55mila morti a Gaza

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   «Era solo andato a cercare del cibo»: è la frase che si ripete, straziante, tra le macerie di Gaza, dove chi sopravvive racconta storie di chi non è più tornato. La Striscia, stretta tra fame e bombe, è diventata un labirinto di morte, in cui persino un sacco di farina può costare la vita. Migliaia, disperati, si mettono in fila ogni giorno davanti ai pochi punti di distribuzione, sapendo che potrebbero essere colpiti in qualsiasi momento. E molti, purtroppo, non riescono neppure a portare a casa nulla.

La dottoressa Tiziana Roggio, chirurga plastica partita da Londra con l’ong Ideals, ha visto con i suoi occhi cosa significa lavorare nell’inferno di Khan Younis. «Qui ormai restano solo i giovani in salute — racconta —, perché i malati cronici sono già morti». Con un team ridotto all’osso — tre chirurghi, un anestesista e un ortopedico — ha operato senza sosta, mentre fuori esplodevano le bombe. «Ho operato Adam sotto le esplosioni», dice, senza nascondere l’orrore di un conflitto che ha cancellato ogni traccia di normalità.

Ma le stime ufficiali, che parlano di quasi 55mila vittime, potrebbero essere solo la punta dell’iceberg. Uno studio di Harvard suggerisce che il numero reale sia almeno il triplo, considerando i dispersi sepolti sotto le macerie, i corpi mai identificati e quelli mai recuperati. Il ministero della Salute di Gaza, già a gennaio, ammetteva oltre 11mila persone di cui si erano perse le tracce.

Eppure, tra tanta distruzione, c’è chi resiste. Come la famiglia della piccola Rawan, una bambina di dieci anni rimasta intrappolata sotto le macerie dopo un bombardamento a nord della Striscia. I genitori, rifiutandosi di crederla morta, l’hanno scavata fuori a mani nude, trovandola ferita ma viva. Storie che sembrano miracoli, in un posto dove i miracoli sono ormai merce rara.

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