Il pianto su Hebron: un neonato ucciso dai colpi dell’Idf, il padre accusa
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Redazione Esteri
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La domenica di sangue in Cisgiordania, già segnata da decenni di escalation silenziose e violenze endemiche, ha registrato un nuovo, drammatico capitolo con la morte di Sam Fahd Abu Haikal, un bambino di appena sette mesi. È accaduto nei pressi di Hebron, più precisamente nella zona di Wad al-Hariya vicino al cosiddetto Checkpoint 17, quando un militare israeliano ha fatto fuoco contro l’auto sulla quale viaggiava la sua famiglia.
Il proiettile, come ricostruito dalle dichiarazioni del padre riportate dalla stampa internazionale, ha trapassato il parabrezza e il braccio dell’uomo prima di colpire il piccolo, che era in braccio alla madre nel sedile posteriore, ferendo anche lei al volto. Un viaggio di routine, quello da Betlemme verso Hebron per fare visita ai parenti, trasformato all’improvviso in una strage in piena regola.
Fahd Abdul Aziz Abu Haikal, docente universitario di 41 anni, ha fornito una versione dei fatti che contraddice nettamente la narrazione iniziale fornita dalle forze armate israeliane. Mentre l’Idf sostiene che i soldati abbiano "percepito un veicolo in accelerazione verso di loro" giustificando così un colpo di avvertimento, il padre racconta di essersi invece fermato completamente su indicazione degli stessi militari.
La sua testimonianza, rilasciata al quotidiano Haaretz, è agghiacciante nella sua lucidità: il militare si trovava a una decina di metri di distanza, in pieno giorno, con i finestrini dell’auto completamente trasparenti. "Ho fermato la macchina come mi era stato ordinato, e subito dopo hanno aperto il fuoco", ha dichiarato l’uomo, escludendo con fermezza la possibilità di un errore di percezione da parte del soldato. Non c’è stato un colpo di avvertimento, sottolinea il genitore, ma solo una scarica di proiettili partita a bruciapelo.
La versione dell’esercito e il “profondo rammarico”
Dall’altra parte, l’esercito israeliano ha ufficialmente confermato l’accaduto aprendo un’inchiesta interna, sebbene abbia già provveduto a modificare leggermente la propria posizione iniziale. In una nota ufficiale, i vertici militari hanno espresso "profondo rammarico per qualsiasi danno arrecato a persone non coinvolte", ammettendo esplicitamente che la famiglia fosse composta da civili inermi, estranei a qualsiasi attività terroristica o militante. Tuttavia, per il padre della vittima, queste parole suonano come una beffa crudele.
La stessa dinamica del ferimento, con un proiettile che ha attraversato il braccio del conducente per andare a colpire un neonato alla testa, dimostrerebbe l’assoluta mancanza di proporzionalità nell’uso della forza. "Non si può chiamare errore", ha ribadito l’uomo, rigettando le scuse e chiedendo la punizione esemplare del responsabile, unico atto che potrebbe restituire, se non giustizia, almeno un briciolo di dignità umana a questa vicenda.
Violenze parallele: l’assalto dei coloni a Huwara
L’episodio di Hebron non rappresenta purtroppo un caso isolato nel deteriorarsi del clima in Cisgiordania. Nella stessa giornata di venerdì, un altro grave episodio di violenza si è consumato a Huwara, dove gruppi di coloni israeliani – alcuni dei quali armati di mazze e con il volto travisato – hanno preso d’assalto le aree palestinesi, causando il ferimento di almeno nove persone.
A rendere ancora più amara la situazione, testimoni oculari hanno riferito della presenza di almeno un soldato dell’Idf che, anziché interrompere l’assalto, sembrava assistere passivamente o addirittura supportare i coloni. Un quadro inquietante che getta ombre lunghe sul controllo effettivo del territorio da parte delle autorità militari israeliane, le quali si sono limitate a diramare un comunicato in cui si afferma di condannare la violenza, specificando che i disordini sarebbero scaturiti dal presunto furto di alcune pecore appartenenti a civili israeliani.
La realtà dei fatti, documentata da diverse testate, parla però di una popolazione palestinese sotto assedio, stretta tra la repressione militare e il crescente zelo dei gruppi di estremisti ebrei.




