Maxi operazione antimafia, 55 misure cautelari tra Calabria e nord: colpito il “Locale dell’Ariola”
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Redazione Interno
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Dalle prime luci dell’alba, un imponente dispositivo della Polizia di Stato ha dato esecuzione a una vasta ordinanza cautelare, emessa su richiesta della Dda di Catanzaro, che ha portato a 55 misure restrittive – un numero che da solo restituisce la scala dell’intervento – concentrandosi sull’articolazione territoriale della ‘ndrangheta insediata nelle Serre vibonesi. Gli investigatori, muovendosi simultaneamente tra le province di Vibo Valentia, Catanzaro, Reggio Calabria, Cosenza, Benevento, Milano, Rovigo e Viterbo, hanno smantellato pezzi importanti del cosiddetto “Locale dell’Ariola”, una struttura mafiosa che faceva capo ai gruppi criminali riconducibili alle famiglie Emanuele e Idà. L’operazione, che ha richiesto mesi di pedinamenti e intercettazioni, mirava a decapitare una rete capace di ramificarsi ben oltre i confini calabresi, come dimostra la presenza di esecutori materiali e fiancheggiatori arrestati anche nel milanese e nel viterbese.
Le accuse e il profilo penale degli indagati
Le contestazioni, a vario titolo, sono pesanti e variegate: si va dall’associazione per delinquere di stampo mafioso al traffico di sostanze stupefacenti, senza dimenticare il tentato omicidio, le lesioni aggravate, l’estorsione, la ricettazione, la detenzione e il porto di armi – inclusi esplosivi – e persino il trasferimento fraudolento di valori. Un aspetto che emerge dalle carte, e che gli inquirenti hanno sottolineato con attenzione, è la compresenza di reati contro la persona e reati economici: da un lato le minacce a pubblico ufficiale e i danneggiamenti, dall’altro un sistema di favoreggiamento ben oliato che consentiva ai vertici del locale di agire in relativa impunità. Tra i soggetti finiti in manette, figura anche un indagato già noto alle cronaca giudiziaria per essere stato coinvolto nell’inchiesta milanese “Doppia Curva”, un dettaglio che rivela la capacità di saldatura tra la criminalità organizzata tradizionale e certi ambienti del tifo violento o di intermediazione illecita nel capoluogo lombardo.
Il raggio geografico e la strategia investigativa
Non è stata una semplice operazione locale, quella di mercoledì 8 aprile, ma un’azione coordinata che ha attraversato trasversalmente il Paese: Vibo Valentia e Catanzaro rappresentavano il cuore pulsante delle attività illecite, mentre Reggio Calabria e Cosenza fungevano da retroterra logistico. Più a nord, Benevento, Rovigo e Viterbo – e in particolare Milano – si sono rivelate tappe obbligate per il riciclaggio o per l’approvvigionamento di armi e droga. Gli agenti, lavorando sotto il coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia, hanno ricostruito un sistema di alleanze criminali dove le famiglie Emanuele e Idà esercitavano il controllo del territorio attraverso metodi classici: omertà imposta, gestione delle piazze di spaccio e intimidazione capillare. Le 55 misure cautelari, eseguite senza intoppi grazie all’impiego di unità cinofile e reparti specializzati, hanno colpito sia presunti capi sia semplici gregari, dimostrando che l’inchiesta ha seguito un doppio binario – quello verticistico e quello della base operativa.
Il contesto giudiziario e i precedenti investigativi
L’operazione non nasce dal nulla, ma si innesta su un solco investigativo già tracciato: il “Locale dell’Ariola” era da tempo nel mirino della procura catanzarese, che ha accumulato elementi indiziari pesanti attraverso dichiarazioni di collaboratori di giustizia e riscontri tecnici. Nel provvedimento cautelare, i giudici hanno sottolineato la pericolosità sociale degli indagati – alcuni dei quali già gravati da precedenti specifici – e la capacità dell’organizzazione di rigenerarsi dopo i colpi subiti in passato. Non si tratta, va detto, di una recrudescenza improvvisa della ‘ndrangheta in area vibonese, quanto piuttosto della conferma che quella fetta di Calabria resta un nodo strategico per i traffici illeciti verso il centro e il nord Italia. Le indagini, come spesso accade in questi casi, hanno messo in luce anche l’esistenza di un sistema di estorsioni sistematiche ai danni di imprenditori locali: prelievi forzosi, richieste di pizzo e danneggiamenti a scopo intimidatorio. L’inchiesta, che adesso proseguirà con la fase dibattimentale, ha comunque già prodotto un effetto concreto: l’arresto di 55 persone che, per la Dda, costituivano l’ossatura operativa di un sodalizio pronto a usare la violenza per mantenere il proprio dominio.




