Ilaria Sula, la madre di Mark Samson in aula: «Ho visto i piedi di Ilaria, c’era sangue dappertutto. Ho pulito io»
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Ha aspettato che il figlio uscisse di casa, quella stanza piena di sangue, e poi si è messa al lavoro con stracci e candeggina. Nors Manlapaz, madre di Mark Antony Samson, il ventiquattrenne reo confesso dell’omicidio di Ilaria Sula, ha ricostruito per ore, davanti ai giudici della Corte d’Assise di Roma, i minuti successivi al femminicidio della giovane ternana, uccisa con tre coltellate al collo un anno fa nell’appartamento di via Homs, al quartiere Africano. La donna, che a novembre ha patteggiato una pena a due anni per concorso in occultamento di cadavere, è stata ascoltata a lungo nell’aula bunker di Rebibbia, e il suo racconto – fatto di particolari agghiaccianti e di una lucidità agghiacciante – ha scavato un solco profondo nell’udienza.
«Quando Mark ha aperto la porta – ha esordito la Manlapaz, rispondendo alle domande del pubblico ministero Maria Perna – piangeva, era tutto rosso in faccia e tremava. Non sembrava lui. Mi ha detto: “Mamma, ho fame, non ho dormito”». Poi, dalla porta socchiusa della camera del figlio, la vista di quei piedi. «Ho visto una persona sdraiata a terra, a faccia in giù. Ho visto i piedi di Ilaria e sono svenuta». Il risveglio, pochi istanti dopo, davanti a una scena che avrebbe richiesto una chiamata immediata al 112, ma che invece ha innescato un meccanismo diverso, fatto di protezione familiare e di istinto materno frainteso. «Lui mi ha detto: “Ilaria non c’è più, mi ha tradito, se non l’avessi ammazzata lei sarei morto io”», ha riferito la donna, che ha poi ammesso di aver aiutato il figlio a ripulire ogni traccia.
«Mi disse di non entrare in camera, doveva concentrarsi per l’università»
La ricostruzione della madre ha riportato i giudici indietro di un anno, alle ore immediatamente precedenti il delitto. La sera del 24 marzo, Mark aveva scritto un messaggio alla madre, una richiesta secca e perentoria: «Non entrare nella mia stanza, è l’unica cosa che ti chiedo, devo concentrarmi per studiare». Un dettaglio, questo, che agli inquirenti era parso subito sospetto, e che ora, alla luce della confessione, assume i contorni di una premeditazione. La mattina seguente, intorno alle nove, Samson era uscito dalla stanza, aveva abbracciato la madre e preparato due caffè, mettendoli su un vassoio. «Gli ho chiesto se fosse con qualcuno – ha proseguito la Manlapaz – e lui mi ha risposto di sì, che c’era Ilaria con lui». Poco dopo, però, la situazione era degenerata. La donna ha riferito di aver sentito i due litigare e alzare la voce, di aver bussato alla porta preoccupata, e di essere stata bloccata dal figlio con un «mamma, aspetta, stiamo solo parlando». Fino a quando, ha aggiunto, non ha udito distintamente Ilaria gridare: «Adesso che cosa vuoi fare?». Un grido, l’ultimo, rimasto inascoltato.
«Ho preso lo zaino di Ilaria e l’ho buttato via, ho pulito il sangue con la candeggina»
La parte più cruda della deposizione ha riguardato le fasi successive all’omicidio, quando la madre, lungi dall’allertare i soccorsi, si è trasformata in complice attiva del figlio. «C’era tantissimo sangue sul pavimento, attorno alla testa di Ilaria – ha raccontato – e Mark mi ha chiesto se avevamo una valigia. Poi mi ha detto di andare a comprare buste di plastica e detersivo». E lei è andata. Tornata a casa, ha visto il figlio intento a pulire con fazzoletti di carta, e gli ha dato dei vestiti vecchi per finire il lavoro. Ma non è tutto. «Quando Mark è uscito, io ho pulito la stanza per bene – ha ammesso senza esitazioni –. Ho preso lo zaino di Ilaria con i suoi vestiti dentro e ho buttato tutto. Poi ho svuotato il cestino di Mark, dove c’erano dei preservativi. Ho usato la candeggina per togliere l’odore del sangue». Una pulizia meticolosa, quasi maniacale, finalizzata a cancellare ogni prova. «Mi dispiace tanto per i genitori di Ilaria – ha aggiunto la donna in un passaggio della sua testimonianza – ma avevo paura e ho pensato prima a mio figlio. Non ho detto nulla a mio marito perché temevo che chiamasse la polizia».
La richiesta di perdono e il dolore dei genitori di Ilaria
Al termine di una deposizione durata oltre sei ore, Nors Manlapaz ha chiesto di potersi avvicinare alla madre di Ilaria, Gezime Sula, presente in aula con una maglietta bianca su cui spiccava la scritta «Giustizia per Ilaria». Un gesto che la mamma della vittima ha rifiutato, con un secco movimento del capo, ribadito poi dal legale di famiglia. Un diniego che vale più di mille parole, e che racchiude l’abisso di dolore che separa le due famiglie. Ora il processo è arrivato a una svolta: la prossima udienza, fissata per il 17 marzo, sarà dedicata all’esame di Mark Antony Samson, il giovane che dovrà rispondere di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione, dai futili motivi e dalla relazione affettiva con la vittima, oltre che di occultamento di cadavere. E in quell’aula, per la prima volta, si ascolterà la sua versione dei fatti.




