Massimo Mauro e il caso Nazionale: «Il problema non è Pirlo ma il sistema da rifondare. E non ho capito Maldini»
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Redazione Sport
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Massimo Mauro ha un passato da grande calciatore, di talento, vincente. E con un record particolare: in carriera è stato compagno di squadra di Diego Maradona (al Napoli), Michel Platini (alla Juventus) e Arthur Antunes Coimbra, detto Zico (capitolo Udinese). Ma il classe 1962 di Catanzaro è stato ed è molto di più. Dirigente sportivo, politico e anche commentatore tv, in quest'ultimo caso (a Mediaset) fra i più apprezzati, competenti, intellettualmente liberi e di buonissima educazione.
Il cortocircuito Figc e le responsabilità
L'ex calciatore, intervenuto sulle pagine del Corriere della Sera, ha analizzato la delicata situazione venutasi a creare dopo il passo indietro di Andrea Pirlo dalla corsa alla panchina azzurra. «Ad essere benevoli, c'è stata un bel po' di confusione. Nel calcio bisogna avere subito idee chiare, altrimenti il corto circuito diventa inevitabile e paghi a caro prezzo». Secondo Mauro, l'errore è stato a monte: «Andava presentato il pacchetto già pronto. Ogni accordo, commissario tecnico compreso, bisognava formalizzarlo nelle segretissime stanze, non attraverso media o altro».
Una volta sfumata la pista che portava a Pirlo, con le conseguenti dimissioni di Paolo Maldini (direttore tecnico e presidente del Club Italia) e di Leonardo (Advisor), il presidente della FIGC Giovanni Malagò si è trovato a gestire una situazione di non facile soluzione. «Una volta bocciato Pirlo e scelto un altro ct unilateralmente, è venuta meno la leadership di Maldini: le dimissioni erano probabilmente scontate. Malagò si è di fatto messo, o trovato, in una situazione complicata, anche se ora ha mostrato grande tempestività nel correggere la rotta e aprire una nuova strada».
Mauro ha poi precisato di non voler addossare tutte le colpe al numero uno della Federcalcio: «No, parliamo di un grandissimo dirigente. Errori ne sono stati fatti, ma la reazione a questa situazione mi sembra comunque confortante. Secondo me, Malagò deve garantire il futuro della Nazionale in prima persona, facendo certe scelte e mettendo tutti nelle condizioni di lavorare al meglio».
Il modello da rifondare e il ruolo di Maldini
Il tema centrale, per Mauro, non è tanto la scelta del prossimo commissario tecnico quanto la necessità di una rifondazione strutturale del movimento. «Ogni discorso va subito centrato a livello di vivai, di giocatori italiani da “proteggere”. Con un piano ben fatto, preciso e concreto, poi in panchina ci può andare anche l'Uomo ragno, gli allenatori non fanno gol». In questa prospettiva, l'ex calciatore ha espresso perplessità sul ruolo che avrebbero dovuto ricoprire Maldini e Leonardo.
«Non ho capito, per esempio, l'ostinazione di Maldini e Leonardo nel proporre per la panchina una scelta personalissima e non sindacabile. Il loro lavoro doveva prescindere da quella guida, il loro lavoro era un altro, riguardava la base, la ricostruzione di un sistema, di una filosofia di gioco e di un'organizzazione generale che parta dai giovani e metta al centro di ogni discorso la valorizzazione del talento di casa nostra».
Mauro ha poi sottolineato come la dialettica interna abbia finito per inceppare un meccanismo che, a suo avviso, doveva essere più lineare. «È Malagò che deve dettare le linee fondamentali: poi sale sul treno chi è d'accordo, altrimenti ciao. Ripeto, è incredibile che a certi livelli si sia arrivati a dover gestire una situazione del genere. Adesso decida il presidente, è il suo compito. Poi si farà la conta: chi è disposto a remare dalla stessa parte? Ci vuole umiltà a ogni livello, e non è detto che anche i più grandi abbiano certe qualità».
I nomi per la panchina: Mancini, Conte e la questione dei tempi
Sul fronte della scelta del successore, Mauro ha indicato le sue preferenze, sebbene ribadendo che il nome del tecnico non risolve il problema di fondo. «Mancini, secondo me, è indicato per questo ruolo. Ha già vinto con la Nazionale e in certi momenti può essere saggio tornare su nomi sicuri, che sappiano come navigare in certe acque. Certo, è sempre aperta la ferita per come ai tempi è maturato il divorzio con Gravina, questione non ancora digerita, però non siamo in un mondo di verginelle».
Una critica, quella all'ostracismo nei confronti di Mancini, che Mauro ha ribadito con forza, riferendosi in particolare alla posizione di Maldini e Leonardo: «Non ho comunque capito l'ostinazione di Maldini e Leonardo nel non voler mai prendere in considerazione la candidatura del Mancio: perché non potevano lavorare insieme?».
Alternative valide, per l'ex juventino, non mancano. «Non mi dispiacerebbe nemmeno il binomio Conte-Chiellini. Antonio ha sempre portato risultati, e lo sa fare in tempi brevi. La sua storia parla chiaro, anche in Nazionale. Il suo fu infatti un buonissimo biennio». E sugli outsider, come Thiago Motta, ha aggiunto: «Sono tutti nomi importanti, l'ho già detto. Non è questo il problema principale. I tecnici bravi non mancano dalle nostre parti. Il calcio italiano oggi deve però lavorare a livello di fondamenta».
Proprio sul tema dei tempi del progetto, Mauro aveva già espresso perplessità in un'altra intervista, criticando l'orizzonte temporale di otto anni prospettato per il rilancio: «Mi ha spiazzato il tempo che hanno chiesto... Il fatto che avessero pensato a Guardiola mi aveva convinto che fossero consci della fretta che ha l'Italia nel doversi qualificare alle competizioni più importanti. Aspettare otto anni che significa?».
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