Meloni vende fumo alla Confindustria spaccata sull’energia
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Grisaglie, tailleur, sorrisi di circostanza e strette di mano. L’assemblea annuale di Confindustria a Bologna, con il suo rituale mondano, ha mostrato un clima tutt’altro che sereno. Dietro i discorsi carichi di ottimismo e le parole d’ordine sul "pensare in grande", la realtà è quella di un’associazione lacerata e di un governo che, agli occhi degli industriali, sembra muoversi senza una direzione chiara.
Giorgia Meloni, intervenendo al Teatro EuropAuditorium, ha parlato di un’Europa da riformare, puntando il dito contro i dazi interni che, secondo i dati del Fondo monetario internazionale da lei citati, penalizzano il mercato unico rispetto a quello statunitense. «Serve una correzione di rotta», ha detto, evocando un cambio di paradigma che però, nelle parole del presidente di Confindustria Emanuele Orsini, non trova riscontro in misure concrete.
«Non possiamo accettare di continuare a pagare l’energia al prezzo vincolato a quello del gas», ha ribattuto Orsini, elencando i nodi irrisolti che soffocano le imprese: il patto di stabilità europeo che frena gli investimenti, il lavoro povero e, soprattutto, i costi energetici che continuano a strangolare la produzione. Un grido d’allarme che arriva dopo 26 mesi consecutivi di calo industriale, con il rischio concreto di una deindustrializzazione progressiva.
Meloni, che pure ha cercato di presentarsi come interlocutrice attenta, ha finito per sembrare una turista di passaggio, incapace di offrire risposte immediate a chi chiede azioni, non visioni. Il governo, insomma, naviga in un vicolo cieco, mentre la frattura tra le diverse anime di Confindustria – tra chi chiede più sostegno pubblico e chi invece punta su liberalizzazioni e tagli alla burocrazia – si fa sempre più evidente.




