Coltelli in montagna, il governo fa marcia indietro e allarga il perimetro del “giustificato motivo”
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Redazione Interno
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Il governo, di fronte alle proteste sollevate dal mondo dell’escursionismo e della caccia, ha deciso di rivedere la stretta contenuta nel decreto Sicurezza. L’emendamento, che verrà discusso durante l’iter di conversione in Senato, non cancella i divieti ma introduce una distinzione fondamentale: alcuni tipi di lame, finora vietati in assoluto, potranno tornare negli zaini di chi frequenta l’ambiente naturale, a patto di dimostrarne l’effettiva necessità. Non si tratta di una ritirata totale, bensì di una correzione mirata a evitare che la caccia ai “maranza” finisse per criminalizzare il fungaiolo di turno o l’alpinista in difficoltà. La norma originale, va ricordato, non prevedeva eccezioni per i coltellini pieghevoli con lama superiore ai cinque centimetri, quelli dotati di blocco o apribili con una mano, rendendo di fatto illegale portare con sé quello che per molti è un semplice attrezzo da lavoro o un salvavita in caso di emergenza.
Le nuove regole: cosa cambia davvero per chi va per boschi
L’intervento normativo, anticipato da alcune testate giornalistiche, non stravolge l’impianto del decreto ma ne ridisegna i confini applicativi. L’emendamento governativo sposta alcune categorie di coltelli dal regime del “divieto assoluto” a quello del “giustificato motivo”. In concreto, si potranno portare fuori casa i serramanico con lama a un solo taglio, punta acuta e lunghezza pari o superiore a cinque centimetri – anche se provvisti di blocco o apribili con una mano – così come gli strumenti a lama fissa, affilata o appuntita, di lunghezza superiore a otto centimetri. Purché, si badi bene, si sia in grado di addurre una ragione valida: lavoro, attività sportiva, e in questo caso specifico la raccolta di funghi o l’escursionismo rientrano a pieno titolo tra le scusanti accettabili.
Resta invece in vigore il divieto assoluto per le tipologie considerate più insidiose, come i coltelli a scatto o a molla (i cosiddetti “a gravità”), i modelli a farfalla e quelli occultati, cioè mascherati dentro altri oggetti. Come ha spiegato l’avvocato Nicola Canestrini, esperto di diritto penale, il problema per l’escursionista prima di questa modifica era l’iter giudiziario: anche qualora fosse finito in archiviazione, il cittadino avrebbe comunque dovuto affrontare denuncia, iscrizione nel registro degli indagati e relative spese legali. Una prospettiva, questa, che aveva scatenato l’ira delle associazioni di categoria.
La protesta del Cai e il realismo della montagna
Il Club Alpino Italiano, attraverso la voce del presidente generale Antonio Montani e del presidente della sezione Alto Adige Carlo Alberto Zanella, aveva definito la stretta iniziale “allucinante” e “scollegata dalla realtà”. Le loro rimostranze, suffragate da lettere formali inviate al ministero della Giustizia, hanno trovato terreno fertile in Parlamento. Zanella, in particolare, aveva sottolineato come in montagna il coltellino non sia un’arma, ma un pezzo di equipaggiamento: serve per tagliare una corda durante un soccorso, liberare un animale impigliato in una recinzione o semplicemente per tagliare il formaggio durante una sosta in rifugio.
Sul fronte giuridico, la modifica interviene su un punto che gli addetti ai lavori definivano un “cortocircuito” normativo. La prima stesura del decreto, mirata a contrastare il fenomeno delle baby gang armate nei centri urbani, non teneva conto delle specificità della vita all’aria aperta. La nuova formulazione, introducendo la deroga per le attività venatorie, di pesca o di semplice raccolta, restituisce un margine di manovra a migliaia di cittadini. Non mancano però i distinguo: per i minorenni la stretta rimane massima, confermando la linea dura del legislatore su quel fronte.
L’equilibrio instabile tra sicurezza e tradizione
L’intervento dell’esecutivo, che ora dovrà vedersela con oltre mille emendamenti presentati in aula, rappresenta un tipico caso di revisione normativa in corso d’opera. La pressione esercitata dal mondo venatorio e dagli Schützen altoatesini – i quali avevano letto nel divieto un attacco alle tradizioni culturali legate al “Tracht” (il costume tradizionale) – ha convinto Palazzo Chigi a ritoccare il tiro. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e la presidente Giorgia Meloni hanno sostenuto la linea dell’emendamento “limitato e mirato” per tenere insieme l’esigenza di sicurezza e il buon senso pratico.
In sostanza, si potrà tornare a portare il proprio fidato coltello da funghi o il classico “svizzero” nello zaino, purché non si tratti di modelli a scatto automatico o particolarmente aggressivi. Il discrimine, dunque, sarà sempre la valutazione casistica della polizia o dell’autorità giudiziaria, chiamata a distinguere tra un attrezzo da lavoro e un’arma impropria. Resta alta l’attenzione sulle modalità applicative: la nuova norma, se approvata, eviterà denunce automatiche per il possesso di questi specifici utensili in contesti naturalistici, a patto che il porto sia giustificato da una motivazione inoppugnabile.




