L’enigma Juve: Gatti segna, Kolo Muani aspetta e il pareggio scatena il dibattito
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Redazione Sport
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Samuele Bersani, sempre sia lodato, nella sua “En e Xanax” cantava che in due si può lottare come dei giganti. Ma la faccenda in casa Juve, per il momento, funziona in maniera un po’ diversa. Federico Gatti lotta, Randal Kolo Muani aspetta e spera. Quando c’è da rimuovere una paura, quella di una rete che non arriva, ci pensa il difensore. È successo contro il Milan, quando ormai allo Stadium si cominciava a fare amicizia con l’idea della prima sconfitta: il centrale ex Frosinone ha spaccato l’equilibrio all’ultimo respiro, regalando un pareggio che sa più di ossigeno che di vittoria morale.
La dinamica si ripete con una frequenza che non può essere più considerata casuale, quasi come se il destino del gol bianconero si fosse stabilito su traiettorie inverse rispetto a quelle disegnate dal copione prestagionale, eppure il mistero della scarsa prolificità offensiva resta irrisolto.
Galeazzi: un 9 inaspettato
Sergio Galeazzi, ex allenatore di Federico Gatti ai tempi del Verbania, non ha usato mezzi termini nell’intervista rilasciata ai colleghi di TuttoJuve. Le sue dichiarazioni, perentorie come un ceffone, hanno sollevato più di un sopracciglio nel mondo bianconero: “Quando in casa pensi di avere dei campioni, sono poi le riserve a risolverti i problemi. È la normalità del calcio. I gol di Federico ormai non fanno nemmeno più notizia, i jolly possono pescarli tutti ma lui dimostra sempre di esserci quando le cose non vanno bene. Se venisse schierato da 9, farebbe meglio di Kolo Muani e degli altri.
È il migliore della Juventus”. Un giudizio tanto tranchant quanto provocatorio, che scardina qualsiasi gerarchia tecnica e getta una luce cruda sulla fase realizzativa della squadra allenata da Thiago Motta.
Il fatto che un difensore venga indicato come terminale offensivo più affidabile di un attaccante preso per fare la differenza, nel bel mezzo di una stagione in cui i gol scarseggiano, rappresenta un paradosso che la tifoseria fatica a digerire; del resto, le statistiche parlano chiaro e la sensazione è che senza gli interventi del numero 4 il computo dei punti in classifica sarebbe ben più magro.
L’esultanza che divide il popolo bianconero
Emozione contro razionalità, gioia irrefrenabile contro “mentalità”: l’esultanza prolungata di Gatti dopo il gol del 92’ ha innescato un acceso dibattito sui social network. I post del difensore su X e Instagram sono stati sommersi da migliaia di commenti e citazioni, con i tifosi bianconeri letteralmente spaccati sulla condotta del giocatore.
Da un lato, c’è chi ha apprezzato la liberazione di un uomo che ha riversato tutta la tensione accumulata in un urlo liberatorio; dall’altro, chi ha rimproverato al numero 4 di essersi concesso una festa troppo lunga, dimenticando di recuperare rapidamente il pallone per riportarlo a centrocampo e tentare il tutto per tutto nei 2 minuti e 10 di recupero concessi dall’arbitro.
Una polemica feroce, che ha messo in luce due concezioni antitetiche del calcio: quella istintiva dell’atleta che esulta senza filtri e quella più cinica e pragmatica del tifoso che pensa al risultato, quasi come se la dimensione del tempo restante fosse più importante del significato di una rimonta che evita la batosta. In fondo, l’amarezza per non aver cercato la vittoria a tutti i costi ha preso il sopravvento sulla gioia del pareggio, rivelandosi una cartina di tornasole dello stato d’animo di un ambiente abituato a pretendere il massimo.
Tacchinardi e il parallelo con la Roma
A gettare benzina sul fuoco ci ha pensato poi Alessio Tacchinardi, ex centrocampista dalla mentalità notoriamente vincente, che ha bollato l’atteggiamento dei bianconeri come espressione di una “mentalità perdente”. L’ex giocatore ha invitato la squadra a guardare all’esempio di Hermoso e della Roma, per sottolineare come l’Atalanta, in una situazione analoga, avrebbe gestito il finale in maniera completamente diversa, spingendo sull’acceleratore fino all’ultimo secondo.
Tacchinardi, con la sua consueta schiettezza, ritiene che il problema non sia tanto l’errore tecnico o la sfortuna, quanto piuttosto un approccio culturale che frena l’ambizione; la sua critica, riferita al comportamento di Gatti ma estesa a tutto il collettivo, riecheggia come un monito in un momento storico in cui la Juve sembra aver smarrito quel cinismo che ne ha contraddistinto le epoche più gloriose.
L’episodio del pareggio con il Milan diventa così il pretesto per una riflessione più ampia sulla capacità o meno di questa squadra di trasformare un momento di slancio in una spinta decisiva per ribaltare completamente l’esito di un match, una caratteristica che da sempre contraddistingue le grandi squadre e che, a sentire i commenti dei più critici, manca all’appello in questo particolare ciclo stagionale.
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