Perché il vincitore della revoca sul divieto dei motori termici rischia di essere la Cina

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La Germania canta vittoria, dopo che la Commissione europea ha rivisto il divieto di vendita di autovetture con motore a combustione interna a partire dal 2035, una misura che era stata concepita come pilastro del Green Deal. Quella che per molti costruttori europei, soprattutto tedeschi, è stata accolta come una boccata d’ossigeno – con la possibilità di continuare a commercializzare, sotto precise condizioni, modelli termici e ibridi plug-in – potrebbe però nascondere un boomerang strategico di lungo periodo. Il pericolo, infatti, è che la decisione dell’Ue, frutto di intense pressioni e negoziati politici, possa involontariamente incoraggiare i produttori continentali a perpetuare investimenti su tecnologie mature, rallentando lo slancio verso l’innovazione necessaria a colmare il divario che li separa dalla Cina nel campo dei veicoli esclusivamente elettrici.

Uno spiraglio che potrebbe rallentare la corsa europea

La modifica, che di fatto non cancella l’obiettivo “zero emissioni” ma introduce la possibilità di compensarle attraverso carburanti sintetici o biocombustibili, ha diviso non solo l’opinione pubblica ma anche la politica europea. Se da un lato concede più tempo all’industria per adattarsi, dall’altro rischia di disperdere risorse preziose e, cosa ancor più grave, di regalare ai colossi cinesi del settore un periodo aggiuntivo per consolidare la loro avanzata tecnologica e commerciale. Questi, liberi da analoghi vincoli nel loro mercato domestico e già fortemente orientati all’elettrificazione pura, potrebbero approfittare del rallentamento europeo per fare ulteriori progressi, sia nel Vecchio Continente che nei mercati emergenti, dove la penetrazione delle auto a batteria è destinata a crescere.

L’allarme di un industriale italiano

Paolo Scudieri, patron di un gruppo leader nel settore e presidente di Anfia, ha espresso un giudizio netto sulla svolta iniziale, definendola “una strada sbagliata” intrapresa già dieci anni fa. “La frenata della Commissione Ue sull’obbligo dei motori full electric – ha osservato l’industriale napoletano – è anche una mia vittoria”. Tuttavia, Scudieri ha immediatamente lanciato un monito, spostando il focus dalla battaglia normativa a quella industriale: “Bene lo stop, ma l’auto italiana va difesa dalla concorrenza cinese”. Una dichiarazione che sottolinea come la correzione di rotta dell’Ue, per quanto attesa e in certi ambiti celebrata, non risolva affatto la questione fondamentale della competitività di un intero comparto sotto assedio.

Una transizione che segna il passo

La verità è che la transizione verso la mobilità sostenibile in Europa, a seguito di questa revisione, rischia concretamente di segnare una preoccupante battuta d’arresto. L’apertura di piccoli spiragli per i motori a combustione, sebbene tecnicamente complessa e legata a fuel dai costi ancora elevati e dalla diffusione limitata, potrebbe diluire gli sforzi e gli ingenti capitali che sarebbero stati necessari per sviluppare una filiera elettrica autonoma e competitiva. Mentre l’Europa discute di emissioni compensate e negozia eccezioni, i produttori asiatici proseguono la loro marcia, conquistando fette di mercato con modelli elettrici sempre più accessibili e tecnologicamente avanzati. La posta in gioco, dunque, non è più soltanto ambientale ma profondamente industriale, e il tempo concesso dalla revoca parziale del divieto potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio.

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