Il ban sui visti a Breton e il rischio di un autogol americano
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Redazione Esteri
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L’amministrazione del presidente Donald Trump ha scelto una via diretta e inusitata, nel campo delle relazioni con gli alleati, imponendo restrizioni sui visti a cinque cittadini europei, tra cui spicca il nome dell’ex commissario per il Mercato Interno Thierry Breton. La mossa, giustificata dall’accusa di aver promosso, attraverso l’applicazione del Digital Services Act, una forma di censura industriale ai danni di voci americane online, ha immediatamente innescato una reazione sdegnata da parte di Bruxelles. Kaja Kallas, capo della diplomazia dell’Unione, ha parlato, senza mezzi termini, di un tentativo di mettere in discussione la sovranità stessa dell’Ue, delineando uno scontro che travalica la singola misura per investire il principio dell’autonomia decisionale europea in materia di regolazione del digitale.
Un braccio di ferro diventato pubblico
La decisione statunitense, che arriva dopo mesi di frizioni più o meno velate sulla governance di internet, segna un’escalation significativa, trasformando un dibattito tecnico-normativo in un vero e proprio braccio di ferro diplomatico reso pubblico. La designazione degli “indesiderati”, includendo oltre a Breton anche attivisti impegnati nella lotta ai discorsi d’odio online, è stata infatti comunicata ufficialmente, legando i nomi a quella definizione – “complesso globale della censura industriale” – che suona come un atto d’accusa politico. Quel che appare evidente, a molti osservatori, è la natura tardiva e forse mal calibrata del gesto, il quale, mentre colpisce un ex commissario noto per il suo stile diretto, rischia di ignorare la realtà istituzionale di Bruxelles, dove il centro del potere regolatorio si è ormai spostato.
I cantieri normativi oltre la persona
Proprio nel momento in cui Washington concentra la sua azione sull’ex commissario francese, l’Europa sta infatti aprendo nuovi e più ambiziosi cantieri legislativi che promettono di definire il perimetro delle operazioni delle grandi piattaforme tecnologiche, molte delle quali americane, con un rigore senza precedenti. Si tratta di processi complessi, che vanno ben al di là delle prese di posizione individuali o delle lettere di richiamo, e che potrebbero risultare, nel medio periodo, assai più vincolanti e scomodi per le Big Tech di quanto non lo siano state le iniziative di un singolo commissario. La risposta americana, focalizzata su persone fisiche e su un atto già in vigore come il Digital Services Act, rischia dunque di mancare il bersaglio strategico, colpendo un simbolo mentre il cuore normativo dell’Ue continua a battere e a produrre nuove regole.
Le implicazioni di una scelta controproducente
L’effetto immediato della sanzione, al di là delle legittime proteste di principio, è stato quello di consolidare una narrativa europea di resistenza a pressioni esterne, fornendo forse un argomento a quanti, a Bruxelles, invocano da tempo una linea ancora più autonoma e determinata nella sovranità digitale. L’azione punitiva, che mirava a segnalare una linea di inaccettabilità, potrebbe essersi così trasformata in un boomerang, rafforzando la determinazione dei legislatori comunitari a proseguire sulla strada intrapresa, con tutti gli strumenti a loro disposizione. Il rischio concreto per Washington è che un gesto percepito come intimidatorio finisca per accelerare, piuttosto che frenare, l’elaborazione di quel quadro normativo che vede con crescente preoccupazione.




