Arianna Fontana, l'ennesima polemica e quella staffetta che non unisce: tra medaglie e veleni nello short track azzurro

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Redazione Sport Redazione Sport   -   C’è il ghiaccio del Forum di Assago, lucido e perfetto, che ha già regalato all'Italia gioie storiche, e poi ci sono gli umori, ben più opachi e scivolosi, di chi quel ghiaccio lo calca. La staffetta femminile dello short track torna in pista oggi, e tra le sue file ritrova Arianna Fontana, tornata a gareggiare dopo aver infilato nell’arco di pochi giorni un oro e un argento che valgono la tredicesima medaglia olimpica della carriera -4-8. Un traguardo che l’ha definitivamente agganciata al leggendario schermidore Edoardo Mangiarotti nella speciale classifica degli atleti italiani più medagliati di sempre, un filo sottile ma resistentissimo che unisce Berlino 1936 a Milano-Cortina 2026 passando per un’altra ricorrenza, quella di Torino 2006, l’esordio della giovane Fontana -4. Ma se i numeri parlano di gloria e di un’intramontabile regina del pattinaggio, le parole, in questi giorni, hanno raccontato tutt’altro.

Il peso di una frase, il gelo di una risposta

La scintilla, come spesso accade, è scoccata da un’intervista. Pietro Sighel, compagno di squadra e fresco oro olimpico con lei nella staffetta mista, aveva rilasciato dichiarazioni tutt’altro che concilianti a un quotidiano, lasciando intendere che il gruppo, in fondo, fosse cresciuto nonostante l’assenza della fuoriclasse valtellinese -3-5. «Ma chi la conosce, Arianna Fontana?», aveva detto, parlando di un legame che si esaurirebbe nei due minuti e mezzo di gara, e sottolineando come le vere “brave” siano le ragazze cresciute senza di lei, visto che la plurimedagliata si allena all’estero ormai da otto anni -2-3. Parole pesanti, che hanno subito riaperto scenari di tensione. La diretta interessata, inizialmente, aveva glissato, salvo poi rispondere a chiare lettere da Casa Italia: quelle dichiarazioni, a suo dire, non meritano attenzione né replica -2-5. Una posizione netta, la sua, motivata dal fatto che se non si sentisse parte integrante di questo gruppo – ha tenuto a sottolineare – non avrebbe scelto di allenarsi con loro a Bormio in preparazione dei Giochi, invece di rimanere oltreoceano -1-2. Un concetto, questo, ribadito con la tranquillità di chi, dopo vent’anni di carriera, sa bene come si governano certe dinamiche.

Di fronte alla reazione della campionessa, Sighel ha poi tentato una ritirata strategica via social, spiegando che le sue parole sarebbero state fraintese e che il ragionamento era da intendersi in un’ottica puramente tecnica, riferita al percorso della squadra negli anni in cui Fontana era lontana dall’Italia -1-5. Un tentativo di smussare gli angoli, nel quale ha ribadito la stima per la compagna, definita senza mezzi termini una campionessa che ha fatto la storia di questo sport e che va applaudita -1. Ma la crepa, una volta aperta, difficilmente si rimargina del tutto, soprattutto quando si inserisce in un contesto ben più ampio e tormentato.

Un rapporto tormentato con la Federghiaccio e quelle vecchie accuse

Perché la verità è che il rapporto tra Arianna Fontana e una parte del movimento dello short track italiano è da anni un terreno minato. La sua richiesta, più volte avanzata e altrettante osteggiata dalla Federghiaccio, di avere il marito Anthony Lobello come allenatore personale è solo la punta di un iceberg fatto di incomprensioni e divergenze di vedute sulla gestione tecnica -2-6. Un braccio di ferro che in passato ha visto profilarsi persino l’ipotesi di un cambio di passaporto, a testimonianza di un legame spesso logoro -2. E poi c’è il capitolo più buio, quello che affonda le radici nel 2019 e che ha gettato un’ombra lunga e opaca su tutto l’ambiente. In quell’anno, Fontana accusò apertamente due compagni di squadra, Andrea Cassinelli e Tommaso Dotti, di averla fatta cadere volontariamente durante una seduta di allenamento a Courmayeur -2-3. Un episodio gravissimo, con lei che finì contro le balaustre a tutta velocità riportando un infortunio alla caviglia, raccontato poi senza mezzi termini e che portò all’apertura di un fascicolo -7. La vicenda giudiziaria si è trascinata per anni, con un’iniziale archiviazione e una successiva riapertura del caso, fino alla sentenza definitiva del tribunale federale della Federghiaccio che nel 2024 ha assolto i due atleti dall’accusa di intenzionalità -3-9. Un verdetto che, per stessa ammissione di Sighel, ha chiuso un capitolo che forse non doveva nemmeno iniziare, ma che ha lasciato sul ghiaccio segni profondi, quelli che non si vedono ma che condizionano gli equilibri di uno spogliatoio già di per sé complesso.

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