Ellen Burstyn, l’arte di essere senza tempo: secondo Leone alla carriera a Venezia

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Il Leone d’oro alla carriera, per chi ha attraversato il cinema come Ellen Burstyn, non è un punto d'arrivo ma una tappa in un percorso che pare non conoscere soste. Classe 1932, novantatré anni e una vitalità artistica che metterebbe in crisi qualsiasi stereotipo legato all'età, l'attrice americana ha ricevuto il secondo riconoscimento d'onore di questa 83esima Mostra del cinema di Venezia, dopo quello già attribuito a George Clooney in apertura.

Un gesto che il Lido riserva a chi ha segnato la storia del grande schermo, ma che nel caso di Burstyn assume i contorni di un omaggio doveroso a una carriera che non si è mai fermata, anzi, prosegue con progetti che la vedono ancora protagonista assoluta.

Una vita di cinema e una presenza che sfida il tempo

Più di sessant'anni di carriera, oltre centocinquanta film all'attivo e un palmarès che farebbe invidia a chiunque nel mondo dello spettacolo: un Oscar, due Tony, due Emmy, la cosiddetta Triple Crown of Acting, ovvero il trionfo nei tre massimi ambiti del teatro, del cinema e della televisione. Ellen Burstyn ha dato volto ad alcune delle figure femminili più tormentate e autentiche della cinematografia americana.

Donne segnate dal dolore, dalla solitudine, da una società che spesso le imprigiona in ruoli prestabiliti, ma capaci di una resilienza che l'attrice restituisce con una verità raramente raggiunta dai suoi colleghi. Il suo modo di recitare, privo di compiacimenti e di inutili ornamenti, le ha permesso di attraversare decenni e mode senza mai perdere quella riconoscibilità che la rende unica. Non si tratta solo di longevità, anche se il dato anagrafico di per sé colpisce, ma di una capacità di rinnovarsi che ha pochi eguali nella storia del cinema.

Le nuove interpretazioni veneziane e l'incontro mancato con Marilyn

In questa edizione della Mostra, Burstyn non si limita a ritirare il premio. Porta sullo schermo due lavori recenti, presentati fuori concorso, che testimoniano la sua inesauribile voglia di fare. Il primo è Flesh Impact, un cortometraggio diretto da Maggie Gyllenhaal, che quest'anno siede anche come presidente della giuria internazionale ed è stata proprio lei a pronunciare la laudatio in onore dell'attrice.

Il corto vede la partecipazione di Dakota Johnson e ruota attorno alla figura di Marilyn Monroe, un'icona che Burstyn ha incrociato solo una volta nella vita, come ha raccontato a Venezia, definendo Hollywood «una fabbrica di hamburger» con la consueta schiettezza che la contraddistingue. L'altra pellicola è Place to Be, diretta da Kornel Mundruczó, che conferma la sua versatilità e la sua apertura verso registi e generi differenti. In entrambi i casi, la sua presenza scenica è tale da bilanciare e talvolta sovrastare interpreti molto più giovani, segno che il talento non conosce scadenza.

La condizione delle donne nel cinema e lo sguardo di Burstyn

Durante l'incontro con la stampa al Lido, l'attrice ha parlato a lungo dei cambiamenti intervenuti nell'industria cinematografica per quanto riguarda il ruolo delle donne. Un tema che le sta profondamente a cuore e che ha seguito da vicino in tutti questi decenni, osservando un'evoluzione che definisce «enorme» rispetto ai tempi dei suoi esordi. Se un tempo le strade per le attrici erano spesso limitate a figure secondarie o funzionali alla narrazione maschile, oggi il panorama è radicalmente diverso, pur con margini di miglioramento che restano.

Burstyn ha sottolineato come la possibilità di interpretare personaggi complessi e imperfetti, senza dover rispondere a canoni estetici o narrativi precostituiti, sia una conquista che non va data per scontata. Eppure, la sua stessa carriera rappresenta un'eccezione a quelle regole, perché lei è sempre riuscita a ritagliarsi spazi di libertà espressiva, interpretando madri disperate, vedove in lotta con i fantasmi del passato o donne sole che trovano la forza di ricominciare.

È questo il filo rosso che lega film come L'ultima eclissi, Alice non abita più qui o Requiem for a Dream, opere che restano impresse nella memoria collettiva anche per le sue interpretazioni.

L'arte di essere oltre l'apparenza e il lascito di un'attrice senza tempo

In un'epoca ossessionata dall'immagine, dalla fugacità dei social network e dalla necessità di mostrarsi sempre all'altezza di uno standard estetico, la figura di Ellen Burstyn rappresenta quasi un'anomalia benedicente. La sua arte è sempre stata quella dell'essere, non del sembrare, e anche a Venezia, col suo secondo Leone alla carriera, ha dimostrato come la sostanza possa trionfare sull'apparenza. Il suo sguardo ironico e disincantato su Hollywood non le ha mai impedito di lavorare con i migliori registi, ma ha invece alimentato una narrazione personale che la pone al di fuori dei cliché.

La sua presenza al festival, tra un premio e l'anteprima dei due film, ha regalato al pubblico un'occasione per ripercorrere oltre mezzo secolo di storia del cinema, fatta di capolavori e di interpretazioni che hanno cambiato il modo di raccontare le donne. E forse, proprio in questa capacità di restare se stessa attraverso i decenni, sta il segreto di una carriera che non accenna a chiudersi, ma che anzi si arricchisce di capitoli inaspettati, come quello scritto in laguna in questi giorni di settembre.

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