Il clan Contini e il controllo dell’ospedale San Giovanni Bosco: quattro arresti tra camorristi, un avvocato e medici compiacenti

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Redazione Interno Redazione Interno   -   C’è un verbale, tra le carte dell’inchiesta coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, che restituisce la dimensione esatta – brutale e sistemica – dell’illegalità che avrebbe trasformato l’ospedale San Giovanni Bosco in una dependance degli affari del clan Contini. È la dichiarazione resa da un collaboratore di giustizia nell’ottobre del 2015, quando raccontò la cosiddetta “vicenda delle ambulanze”: un traffico clandestino di cadaveri che, secondo l’accusa, prosperava all’ombra del presidio sanitario da anni. Le indagini del Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza e del Nucleo Investigativo dei Carabinieri, partite proprio da quei racconti, hanno portato all’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip nei confronti di quattro indagati – tre ritenuti affiliati al sodalizio e un avvocato – pesantemente indiziati, a vario Titolo, di associazione di tipo mafioso aggravata dal carattere armato, corruzione, estorsione, usura, falso e riciclaggio -1-3.

Il meccanismo, stando a quanto ricostruito dagli inquirenti e riportato dai colleghi del TG4, non si limitava alla mera imposizione della forza intimidatrice. Il clan, attraverso prestanome e, in alcuni casi, grazie a rapporti collusivi veri e propri con dirigenti della struttura e professionisti compiacenti, aveva messo le mani su molteplici attività economiche interne al nosocomio. Dai servizi di bar e buvette ai distributori automatici di snack e bevande – gestiti senza autorizzazioni, senza pagare canoni all’Asl e allacciandosi abusivamente alle utenze pubbliche – il controllo si estendeva fino a lambire il pronto soccorso e i reparti di degenza. Un controllo che, come emerge dagli atti, serviva a garantire favori ben più gravi a esponenti del clan Contini e delle cosche a loro alleate: ricoveri ospedalieri in barba alle liste d’attesa e ai protocolli, il rilascio di certificazioni mediche false – talvolta utilizzate persino per ottenere scarcerazioni anticipate o misure alternative alla detenzione – e, appunto, il trasporto illecito di salme -2-4.

Il business delle ambulanze e le truffe assicurative

Il cuore pulsante degli affari illeciti, per come viene descritto nelle carte dell’inchiesta della Dda partenopea – seguita dal pm Alessandra Converso – batteva però nel settore delle ambulanze e in quello, strettamente connesso, delle frodi assicurative. Un’associazione operante nel campo dei servizi di soccorso, riconducibile agli indagati, avrebbe costituito il perno logistico per una serie di reati che univano l’usura alla truffa. Da un lato, come già anticipato dalle rivelazioni del collaboratore di giustizia, c’era il business sui defunti: trasportare una salma a casa con un’ambulanza – pratica che aggira le procedure funebri obbligatorie – invece di chiamare un carro funebre, fruttava alcune centinaia di euro in nero a ogni “servizio”, pagato dai familiari per portare subito a casa il congiunto. Per farlo, bastava alterare la documentazione sanitaria, facendo risultare il paziente ancora vivo al momento delle dimissioni -9.

Parallelamente, e con la stessa metodica, il clan aveva messo in piedi un sistema rodato di truffe ai danni delle compagnie di assicurazione. Medici compiacenti, secondo l’ipotesi accusatoria, redigevano perizie e certificazioni false per simulare incidenti stradali inesistenti o per aggravarne le conseguenze, mentre falsi testimoni – reclutati e pagati per l’occasione – corroboravano le ricostruzioni mendaci. Un meccanismo che consentiva di incassare ingenti risarcimenti, poi reinvestiti in attività di riciclaggio che, nel caso specifico, vedevano la partecipazione attiva di un professionista, un avvocato finito in manette. Il legale, secondo gli inquirenti, non si limitava a fornire consulenza legale: metteva le sue competenze stabilmente al servizio del clan, veicolava informazioni da e verso i detenuti – in particolare sulla gestione delle cosiddette “mesate”, i soldi destinati ai familiari degli affiliati in carcere – e contribuiva a ripulire il denaro sporco, acquistando beni di valore come immobili, auto di lusso e quadri d’autore -6-8.

Il ruolo del sindacato e la pressione sui dirigenti

Dalle intercettazioni e dalle dichiarazioni dei pentiti emerge anche un altro livello di infiltrazione, quello che passa attraverso le rappresentanze sindacali e la pressione psicologica, quando non fisica, sui dirigenti. Non si trattava solo di ottenere favori, ma di orientare le scelte stesse della direzione sanitaria: chi si opponeva alle richieste del clan – fosse per un appalto, per un turno di lavoro o per un’assunzione – rischiava ripercussioni serie. La forza intimidatoria del sodalizio, infatti, non conosceva confini netti tra dentro e fuori l’ospedale. I boss, come raccontato in passato da alcuni collaboratori, abitavano a due passi dalla struttura e la loro autorità era riconosciuta e temuta. Alcuni medici, invece, erano descritti come “dalla nostra parte”, pronti a informare il clan sulle mosse della direzione o a prestare assistenza sanitaria a latitanti o feriti in modo clandestino, senza passare dai registri ufficiali -7. Un sistema, insomma, che andava ben oltre il semplice condizionamento esterno e che configurava una vera e propria occupazione del territorio all’interno di un’istituzione pubblica.

I reati contestati e le misure cautelari

L’operazione congiunta di Carabinieri e Guardia di Finanza, che ha richiesto l’esecuzione del provvedimento nelle prime ore di mercoledì 25 febbraio, ha portato al carcere per tre indagati, mentre per un quarto – la cui posizione è al vaglio – le ricerche sono ancora in corso. Il ventaglio di reati contestati, nell’ordinanza firmata dal gip su richiesta della Dda, è vastissimo e comprende, oltre all’associazione mafiosa, anche il trasferimento fraudolento di valori, l’accesso abusivo ai sistemi informatici dell’ospedale e l’autoriciclaggio -5-10. Al centro del sistema, la figura del professionista – l’avvocato – che con la sua opera ha di fatto saldato il ponte tra l’illegalità diffusa nei corridoi dell’ospedale e le stanze in cui si pianificano gli investimenti e si custodiscono i segreti del clan. Un rapporto di stabile compenetrazione con l’organizzazione criminale che, se confermato in sede processuale, dimostrerebbe come la camorra, per controllare un bene pubblico come la sanità, non abbia più bisogno solo di pistole, ma anche di penne e camici bianchi pronti a tradire il giuramento per denaro o paura.

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