La guerra si allarga nel Golfo, l’Iran colpisce gli Emirati e l'Arabia Saudita abbatte i missili. Il Caos colpisce i voli dall’Australia.

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La notte teheraniana è squarciata dai lampi dei bombardamenti, un tappeto di esplosioni che, come racconta un residente in un messaggio arrivato in Italia con otto ore di ritardo, fa tremare la terra e il cielo da vicino e da lontano. L’operazione militare congiunta di Stati Uniti e Israele prosegue senza sosta, ma la narrativa di una campagna "fast and furious", inizialmente ventilata dall’amministrazione americana, si scontra con la realtà di un conflitto che assume i contorni di una guerra regionale estesa e potenzialmente lunga. Le difese aeree dell’Arabia Saudita, nel frattempo, sono state costrette a intervenire in due distinti momenti per neutralizzare un missile balistico diretto verso la base aerea Principe Sultano e quattro droni che minacciavano il campo petrolifero di Shaybah, a pochi chilometri dal confine con Abu Dhabi, come confermato dal ministero della Difesa del Regno.

L’escalation, infatti, non risparmia i vicini del Golfo. L’Iran, nella sua offensiva di rappresaglia, ha esteso i propri attacchi anche contro gli Emirati Arabi Uniti, dove i sistemi di difesa aerea sono entrati in funzione per rispondere a una minaccia di droni e missili, spingendo le autorità a esortare la popolazione a rimanere al chiuso. La Guardia Rivoluzionaria iraniana ha rivendicato la paternità di questi lanci, dichiarando di aver preso di mira, oltre a obiettivi in Israele, anche basi statunitensi in Bahrein e nel Kurdistan iracheno, nel tentativo dichiarato di colpire le infrastrutture militari americane disseminate nella regione. Sul fronte libanese, i raid israeliani continuano a martellare la periferia sud di Beirut e diverse località nel sud del paese, mentre il presidente libanese Joseph Aoun ha lanciato un'accusa durissima contro Hezbollah, reo, a suo dire, di volere il collasso dello Stato per assecondare gli interessi del regime iraniano.

La paura a Gerusalemme e il nodo diplomatico con Washington

Nel cuore di Gerusalemme Ovest, la quotidianità è stata interrotta dalle sirene. Al Cookie Cafè di via Giaffa, clienti e avventori si sono alzati di scatto, abbandonando i tavoli per cercare riparo seguendo le procedure della Home Front, dopo il lancio di un missile proveniente dall'Iran. Al di là della paura immediata per l'arrivo dei vettori, tra la popolazione israeliana cresce la consapevolezza che la situazione possa cronicizzarsi. Un commerciante sulla cinquantina, Yaacov Aroni, ha confessato il timore che questi lanci possano protrarsi per molti mesi ancora, costringendo tutti a rassegnarsi a una lunga durata del conflitto. Parallelamente, dall’amministrazione Trump filtra un groviglio di messaggi non sempre allineati con le posizioni del governo Netanyahu. Mentre il premier israeliano parla di "spezzare le ossa" al regime iraniano, assicurando che l'operazione "non è ancora finita", il presidente americano, Donald Trump, rilascia dichiarazioni che lasciano intendere una volontà di chiudere la partita in tempi relativamente brevi, delineando un paradosso geopolitico per Israele, il cui margine di manovra appare limitato di fronte a un alleato che spinge per una soluzione diplomatica.

La resistenza di Teheran e il contrattacco economico

Nonostante la violenza degli attacchi, che secondo un'analisi forense della Cnn avrebbero colpito aree densamente popolate di Teheran danneggiando strutture civili come l'ospedale Gandhi e una scuola elementare a Minab con un tragico bilancio di vittime -6, il regime degli ayatollah non mostra segni di cedimento. La leadership politica e militare, seppur decimata e costretta a ridurre le apparizioni pubbliche, continua a coordinare le operazioni. I Pasdaran hanno risposto alle dichiarazioni di Trump, il quale aveva prospettato una resa di Teheran e definito l'Iran il "perdente del Medio Oriente", affermando con forza che sarà la Repubblica Islamica a determinare i tempi e i modi della fine del conflitto, e non Washington. Sul piano strategico, l'Iran ha alzato la posta in gioco minacciando di colpire il traffico petrolifero nello Stretto di Hormuz, dichiarando che non permetterà il passaggio di greggio destinato agli Stati Uniti e ai loro alleati, un'azione che potrebbe innescare una crisi energetica globale e una risposta militare americana ancora più devastante.

I viaggi intercontinentali in tilt: voli cancellati e rotte alternative

L'onda d'urto del conflitto si abbatte anche sui collegamenti aerei intercontinentali, creando un paradosso logistico per i viaggiatori. Le interruzioni dei voli tra Australia e Nuova Zelanda e i paesi europei, conseguenza diretta della chiusura degli spazi aerei e dei rischi per la sicurezza nella regione del Golfo, hanno di fatto paralizzato le rotte più gettonate che facevano scalo a Dubai, Abu Dhabi e Doha. Come riporta l'Australian Financial Review, due settimane di bombardamenti e rappresaglie hanno reso impraticabili questi percorsi. I passeggeri, specialmente quelli in partenza da Sydney, Melbourne e Auckland, si trovano così costretti a intraprendere viaggi con una serie di scali finora impensabili, che spesso attraversano gli Stati Uniti, allungando i tempi di percorrenza e creando notevoli disagi. La situazione, con centinaia di voli già cancellati e ritardati, rimane estremamente fluida, costringendo le compagnie aeree a rivedere costantemente i propri piani di volo e migliaia di viaggiatori a cercare alternative per rientrare a casa.

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