L’inchiesta sul tax credit arriva alla scrivania dell’ad di Cinecittà, Manuela Cacciamani

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Il fascicolo aperto dalla procura di Roma sui crediti d’imposta per il cinema, quello che da mesi tiene banco negli uffici giudiziari e negli studi di via Tuscolana, ha ora un nome e un cognome ben precisi su cui gli inquirenti hanno deciso di concentrare la loro attenzione. Manuela Cacciamani, l’attuale amministratrice delegata di Cinecittà e figura legata a doppio filo all’entourage della presidente del Consiglio, sarebbe finita nel registro degli indagati con l’accusa di truffa ai danni dello Stato per la gestione dei fondi pubblici destinati alle produzioni audiovisive. Una possibilità, quella di un coinvolgimento diretto del vertice della società che dipende dal Ministero dell’Economia, che nell’aria si sentiva da tempo, da quando cioè le Fiamme Gialle avevano fatto il loro ingresso negli Studios per la prima volta, ma che fino a ieri sembrava limitata ai piani bassi della gestione precedente. Invece no, perché la procura, coordinata dai pm Giorgio Orano ed Eliana Dolce, ha evidentemente ritenuto che ci fossero elementi sufficienti per alzare il tiro e bussare direttamente alla porta della manager, la cui nomina, va ricordato, era stata caldeggiata negli ambienti di Fratelli d’Italia e, secondo quanto riportato da più testate, sarebbe stata caldeggiata in particolare da Arianna Meloni, sorella del presidente del Consiglio.

Gli accertamenti, va detto, non si concentrano tanto sulle produzioni attuali quanto sui rapporti commerciali intercorsi tra la precedente governance di Cinecittà – quella guidata da Nicola Maccanico, già finito sotto la lente per false comunicazioni sociali – e alcune case di produzione indipendenti, in particolare The Apartment, la società del gruppo Fremantle che oggi è guidata da Annamaria Morelli ma che all’epoca dei fatti contestati faceva capo al fondatore Lorenzo Mieli. Nel mirino degli investigatori sono finite alcune delle opere più importanti e costose degli ultimi anni, quelle che hanno beneficiato in maniera più consistente del meccanismo del tax credit: parliamo della serie evento “M. Il figlio del secolo”, diretta da Joe Wright con Luca Marinelli nei panni di Mussolini, e del film “Queer” di Luca Guadagnino, tratto dall’omonimo romanzo di William S. Burroughs e interpretato da Daniel Craig. Opere, queste, realizzate da The Apartment, per le quali i finanzieri del Nucleo di polizia economico-finanziaria hanno acquisito documenti, fatture, mail e comunicazioni interne che riguardano i contratti e la partecipazione ai proventi, nel tentativo di ricostruire l’esatto flusso del denaro pubblico e verificare se ci siano state delle irregolarità nella rendicontazione o, peggio, delle vere e proprie truffe.

Le carte, le email e i rapporti con la gestione Maccanico

Non è la prima volta che la Guardia di Finanza varca i cancelli di Cinecittà, anzi. L’inchiesta, che è partita da lontano, aveva già portato gli investigatori ad acquisire atti relativi ad altre pellicole di prestigio come “Siccità” di Paolo Virzì, “L’immensità” di Emanuele Crialese e “Finalmente l’alba” di Saverio Costanzo, tutte produzioni riconducibili a Wildside, un’altra società del gruppo Fremantle. Ma l’operazione di questi giorni ha un sapore diverso, perché mira a ricostruire nel dettaglio l’intreccio di rapporti economici che legava la vecchia dirigenza di Cinecittà a queste produzioni, con un’attenzione particolare ai bilanci del 2022 e del 2023. I magistrati vogliono capire se ci sia stato un abuso nel sistema dei crediti d’imposta, uno strumento che negli anni ha portato risorse ingenti al settore – basti pensare che solo a The Apartment e alle altre società del gruppo Fremantle sono stati riconosciuti contributi per decine di milioni di euro in pochi mesi – e che proprio per la sua complessità e per l’automatismo con cui talvolta viene erogato, si presta a possibili distorsioni.

Ora, che Cacciamani sia finita nel registro degli indagati rappresenta una svolta non da poco, considerando il ruolo che ricopre e le persone che l’hanno voluta a via Tuscolana. Secondo quanto ricostruito da quotidiani come Repubblica, che per primo ha dato la notizia dell’iscrizione, la posizione della manager sarebbe delicata anche perché, prima di assumere l’incarico in Cinecittà, era a capo di una sua società di produzione, la One More Pictures, che a sua volta ha beneficiato di finanziamenti pubblici e che aveva rapporti di coproduzione con soggetti poi finiti nel mirino della procura. Un passato, il suo, che inevitabilmente incrocia i filoni dell’indagine e che rende il quadro ancora più complesso. E mentre dall’entourage di Cinecittà filtra la massima collaborazione con gli inquirenti e la convinzione che si tratti di atti dovuti che faranno chiarezza, la macchina giudiziaria intanto continua a lavorare, setacciando quella documentazione contabile e quelle comunicazioni interne che potrebbero contenere la chiave per capire se effettivamente qualcuno ha trasformato il tax credit in un bancomat, magari gonfiando i costi o inventando di sana pianta operazioni inesistenti.

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