Laura Pausini a Sanremo 2026: il paradosso della co-conduttrice invisibile che lascia l’Ariston con un palmares inespresso

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è un paradosso che accompagna le serate di questo settantaseiesimo Festival di Sanremo, ed ha il volto e la voce di Laura Pausini. L’artista italiana più premiata nel panorama internazionale, colei che può vantare un Grammy Award, quattro Latin Grammy, un Golden Globe e una candidatura agli Oscar, è tornata sul palco che la lanciò trentatré anni fa, quando nel 1993 una diciottenne di Solarolo vinse tra le Nuove Proposte con La solitudine. Eppure, in questa veste di co-conduttrice al fianco di Carlo Conti, la sua presenza appare dosata con un contagocce che lascia perplessi. La sensazione, per chi ne segue la carriera da decenni e l’ha vista riempire stadi in tutto il mondo – dal Radio City Music Hall di New York al Circo Massimo, passando per la Royal Albert Hall – è quella di assistere ad un gigante dai piedi d’argilla, un asso nella manica che la produzione sembra inspiegabilmente non voler giocare.

Il racconto di queste prime serate, al netto dei numeri di ascolto che registrano un calo di spettatori, restituisce l’immagine di un Festival piatto e privo di guizzi, dove la Pausini viene relegata a funzioni ancillari, leggere i cartellini con i nomi dei cantanti in gara, più simile ad una valletta che ad una conduttrice dal suo spessore. Un utilizzo che stride profondamente non solo con la sua statura artistica, ma anche con la storia che la lega a quel palco: un legame viscerale, che la stessa cantante ha definito come il suo destino, la sua tentazione, la sua paura, tornandovi orgogliosa e commossa dopo averlo calcato sei volte da superospite. Carlo Conti, dal canto suo, sembra procedere spedito, attento ai tempi di una scaletta serrata, e le battute sulla pronuncia emiliana della Pausini, con quelle zeta così caratteristiche, hanno già mostrato la corda dopo poche uscite.

Il peso specifico di una voce tenuta a bagnomaria

Non si tratta soltanto di una questione di minutaggio televisivo, ma di sostanza e di profondità. Chi ha avuto modo di vedere la Pausini in altre vesti, come nelle sue apparizioni da Fabio Fazio o in quelle in cui faceva coppia con Paola Cortellesi, sa quanto possa essere padrona del palcoscenico anche al di là del canto. Tuttavia, la scelta registica e autoriale di questo Sanremo sembra orientata verso una conduzione minimalista, in cui la co-conduttrice non deve fare ombra al direttore artistico e ai cantanti in gara. Un approccio che la stessa Pausini aveva peraltro preannunciato nelle settimane precedenti al Festival, quando ai microfoni de La volta buona aveva dichiarato di non voler andare all’Ariston per fare la protagonista o per stravolgere qualcosa, ma con l’intento di affiancare Conti con onore e piacere, benedetta da quel Pippo Baudo che rappresenta la storia della manifestazione. Una promessa mantenuta, forse fin troppo, che però ha sollevato un coro di voci, quella Ridateci Laura Pausini, che chiede conto di un talento narrativo e performativo inespresso.

A complicare il quadro, o forse a spiegarlo in parte, c’è la natura profondamente apolitica e defilata che la cantante ha sempre rivendicato come propria. In un’intervista rilasciata dopo l’incontro al Quirinale con il Presidente Sergio Mattarella – incontro durante il quale il Capo dello Stato ha sottolineato l’importanza della musica pop nel patrimonio culturale italiano – la Pausini ha ribadito con forza la sua estraneità alle categorie politiche. Ha raccontato di essere considerata fascista in una nazione e comunista in un’altra, dichiarandosi non in grado di gestire emotivamente e culturalmente l’impegno che seguire un partito comporterebbe. Una posizione che l’ha resa un personaggio comodo e rassicurante per la Rai, per un direttore artistico come Conti e, di riflesso, per l’attuale esecutivo, in un momento in cui la satira e certi comici, come Andrea Pucci, finiscono al centro di polemiche che sfiorano la politica.

L’enigma di una comunicazione sottotono in un Festival in affanno

E così, mentre il Festival scorre via con canzoni definite mediocri e un’impostazione generalista che guarda più alla tradizione che all’innovazione, il pubblico si interroga su questo strano utilizzo di una risorsa che potrebbe sparigliare le carte. La Pausini, che sulle sue scelte artistiche ha sempre mostrato una ferrea volontà – basti ricordare le critiche per la sua interpretazione dell’Inno di Mameli alle Olimpiadi, difesa pubblicamente da Vasco Rossi – in questa circostanza appare come ingabbiata in un ruolo che non le concede né lo spazio per cantare, se non in brevi frammenti, né quello per esprimere quella verve comunicativa che possiede. Si è parlato tanto del suo cambiamento fisico, dei look firmati Armani, Alberta Ferretti e Balenciaga, del maxi diamante giallo Bulgari che ha brillato sui suoi abiti, quasi che l’estetica dovesse sopperire a una mancanza di sostanza televisiva.

L’impressione, consolidatasi dopo le prime due serate, è che questa edizione del Festival fatichi a trovare una propria identità. Il tentativo di mettere la musica al centro, depurando lo show dai monologhi e dai meme che avevano caratterizzato le gestioni precedenti, si è tradotto in un prodotto televisivamente povero, in cui perfino l’innesto di co-conduttori esterni come Achille Lauro, Pilar Fogliati o Lillo non riesce a mascherare un ritmo compassato e una mancanza di idee. In questo deserto emotivo, la figura di Laura Pausini emerge come un’occasione mancata. Non ci si aspetta da lei una rivoluzione, e lei stessa ha chiarito di non volerla fare, ma quantomeno una valorizzazione del suo immenso patrimonio artistico e umano, un lascito che in trent’anni di carriera l’ha portata a vendere oltre 75 milioni di dischi e a collaborare con mostri sacri come Ray Charles, Aretha Franklin e Michael Jackson. Per ora, di tutto questo, sul palco dell’Ariston non c’è traccia, e lo spettatore resta con la sensazione che il vero asso nella manica di Sanremo 2026 giaccia ancora, inspiegabilmente, nel mazzo.

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