Hormuz, il nodo scorsoio dell’energia: il gas torna a 50 euro e l’Europa riscopre la fragilità
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Redazione Economia
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Il prezzo del gas naturale è risalito con forza fino a toccare quota 50 euro al megawattora sulla piazza Ttf di Amsterdam, dopo che la nuova escalation tra Stati Uniti e Iran ha di fatto paralizzato il traffico nello Stretto di Hormuz. Una cifra che, per quanto lontana dai picchi storici del 2022, riporta con evidenza il vecchio continente a fare i conti con la propria vulnerabilità energetica.
Il future con consegna ad agosto, che ha già mostrato segni di cedimento nelle sessioni precedenti, ha subito una nuova scossa rialzista sulla scia delle notizie provenienti dal Golfo Persico: i contratti hanno superato la soglia dei 49 euro per poi attestarsi stabilmente in area 50 euro, in un mercato definito dagli analisti come estremamente nervoso.
Il blocco dello Stretto e lo stop alle metaniere
La causa di questa impennata è tutta geografica e politica. Lo Stretto di Hormuz, il vero e proprio collo di bottiglia attraverso il quale transita normalmente un quinto del gas naturale liquefatto mondiale, è stato di fatto chiuso al traffico commerciale a seguito dei raid statunitensi contro obiettivi militari iraniani e della conseguente minaccia di Teheran di chiudere il passaggio.
Le agenzie di monitoraggio delle rotte marittime, come Bloomberg, hanno riportato un crollo verticale dei transiti: appena 14 navi mercantili avrebbero attraversato lo Stretto in un'intera giornata, un numero che rappresenta il minimo dalla firma del fragile accordo di tregua di metà giugno, quando la media si attestava sulle 34 unità giornaliere. E se il dato è allarmante per il petrolio, lo è ancora di più per il gas: il passaggio delle navi metaniere, quelle che trasportano il Gnl destinato ai terminali europei, è praticamente sospeso.
Le uniche imbarcazioni che si muovono lo fanno lungo una rotta settentrionale sotto il controllo diretto dell'Iran, mentre il corridoio protetto dagli Stati Uniti a sud è deserto, a eccezione di qualche petroliera che rischia il transito a luci spente.
L'incognita degli stoccaggi e il timore per l'inverno
Il balzo del prezzo, che ha raggiunto picchi di 48-50 euro al MWh, non è solo una reazione a caldo agli eventi bellici, ma getta un'ombra lunga sulla prossima stagione invernale. Secondo le stime degli analisti di Wood Mackenzie, citate dal Financial Times, l'Unione Europea rischia di iniziare l'inverno con i propri stoccaggi di gas pieni solo al 76%, un livello che, se confermato, rappresenterebbe il minimo degli ultimi quindici anni.
Al momento, gli impianti di stoccaggio sono pieni mediamente al 48%, una percentuale preoccupante se paragonata alla media del periodo precedente alla crisi, e il condizionale è d'obbligo perché tutto dipenderà dalla capacità dell'Europa di attrarre carichi di Gnl nei prossimi mesi. Il paradosso è che, proprio mentre il prezzo sale, la competizione con i mercati asiatici per le forniture flessibili di Gnl si fa sempre più agguerrita, minacciando di rendere estremamente costoso il riempimento dei depositi proprio nel momento di massima necessità.
L'Agenzia per la Cooperazione tra i Regolatori dell'Energia (ACER) ha avvertito che, in uno scenario di crisi prolungata, l'Europa potrebbe trovarsi a dover fronteggiare non solo prezzi più alti, ma anche una concreta difficoltà fisica nell'approvvigionamento.
La fragilità di un sistema ancora dipendente
La risalita del gas a 50 euro è la spia di un sistema che, nonostante gli sforzi per diversificare le fonti, rimane estremamente esposto agli shock esterni. La crisi di Hormuz colpisce in un momento già delicato, con l'Europa che ha chiuso l'inverno con riserve ai minimi storici a causa di un clima particolarmente rigido e di un maggiore utilizzo del gas per la produzione di energia elettrica.
La dipendenza dagli Stati Uniti per il Gnl è cresciuta in modo esponenziale, coprendo ormai il 30% delle importazioni totali di gas dell'UE, ma la flotta di metaniere americane, per quanto numerosa, non può compensare il buco lasciato dal blocco del Golfo Persico, dove hanno sede alcuni dei più grandi produttori mondiali come Qatar ed Emirati Arabi Uniti.
I segnali di una possibile tregua diplomatica sono stati spazzati via dalle dichiarazioni del presidente americano Donald Trump, che ha definito la tregua con l'Iran definitivamente conclusa, e dal contro-avvertimento di Teheran secondo cui "Hormuz si apre solo con i nostri accordi, non con le minacce americane".
Un mercato in bilico tra timori e rincari
Le ripercussioni di questa nuova impennata si faranno sentire a tutti i livelli. Per le imprese manifatturiere, il costo dell'energia torna a essere una variabile critica dopo mesi di relativa tregua, mentre per le famiglie, seppur lontani dai 342 euro al MWh toccati nel 2022, questi livelli di prezzo si traducono inevitabilmente in bollette più pesanti.
Sulle borse europee, la volatilità è destinata a restare alta: la prospettiva di un prolungato blocco di Hormuz e la difficoltà di ricostituire le scorte stanno spingendo i trader a scommettere su ulteriori rialzi, in un contesto in cui le forniture di gas russo attraverso i gasdotti, seppur ancora presenti, sono ormai marginali e non rappresentano più un volano per calmierare i prezzi.
Il vecchio continente, insomma, si ritrova con il fiato sospeso, a guardare le immagini di navi ferme in un punto cruciale del globo e a chiedersi se l'energia che arriverà questo inverno basterà a tenere accesi i riscaldamenti e in movimento le fabbriche.




