La proposta di chiusura domenicale divide la grande distribuzione

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il modello di apertura continua, instaurato ormai da oltre un decennio, mostra crepe profonde, come evidenziato dalla presa di posizione di Ancc-Coop. Il presidente Ernesto Dalle Rive ha di fatto lanciato una vera e propria bomba, rilanciando l’ipotesi, che molti ritenevano sepolta, di chiudere i grandi supermercati la domenica. Una mossa, questa, che riapre un conflitto mai risolto e che risale al decreto “Salva Italia” del governo Monti, il quale, nel 2011, liberalizzò completamente orari e giorni di apertura. Quella norma, concepita in piena crisi economica come stimolo ai consumi, viene oggi contestata da più parti, le quali ne mettono in dubbio i benefici effettivi e ne denunciano i costi sociali ormai insostenibili.

Le ragioni di una svolta

Secondo l’associazione delle Cooperative di consumo, il sistema attuale non garantisce più né la sostenibilità economica delle imprese né il benessere dei lavoratori, costretti a turni pesanti spesso con compensi non adeguati. Dalle Rive ha sottolineato come l’apertura domenicale, nata per incrementare le vendite, si sia rivelata in molti casi un costo più che un vantaggio, spalmando lo stesso volume di affari su un arco temporale più ampio e aumentando le spese di gestione. Una situazione che, di riflesso, finisce per pesare anche sui bilanci aziendali, già compressi dalla concorrenza spietata e dai margini risicati. Il tutto, senza considerare la pressione esercitata sul personale, che vede erodersi il tempo dedicato alla vita privata e familiare.

Il dibattito politico e sindacale

La proposta ha immediatamente riaperto un acceso confronto, dividendo il mondo della distribuzione e riportando all’attenzione del legislatore una questione mai veramente archiviata. Da un lato, i sindacati guardano con favore a un possibile stop domenicale, vedendovi un’occasione per rivendicare maggiori tutele e migliori condizioni contrattuali per gli addetti, molti dei quali, è bene ricordarlo, sono donne. Dall’altro, alcune associazioni di categoria e grandi competitori si oppongono, temendo una riduzione della competitività e un disservizio per i consumatori. Nel mezzo, resta ferma da circa un anno in Parlamento una proposta di legge che mira a riformare la disciplina, sulla quale l’intervento di Coop potrebbe ora esercitare una spinta decisiva.

Il contesto economico e le critiche di lungo corso

A rendere ancor più urgente la discussione è il mutato scenario economico, radicalmente diverso da quello del 2011. Come denunciato da tempo da formazioni come Rifondazione Comunista, la liberalizzazione degli orari non ha prodotto i benefici attesi. “I carrelli restano vuoti”, si sostiene, “perché il problema non è l’orario di apertura, ma il basso potere d’acquisto”. In un Paese dove i salari sono tra i più modesti d’Europa, l’aumento galoppante dei prezzi e del costo della vita ha eroso in modo drammatico la capacità di spesa delle famiglie, vanificando la logica di un’offerta commerciale perennemente disponibile. La chiusura domenicale, in questo quadro, viene vista da alcuni non come un passo indietro, ma come una necessaria razionalizzazione di un sistema che ha fallito i suoi obiettivi primari, chiedendo un tributo troppo alto a lavoratori e imprese senza dare in cambio crescita reale.

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