Il caso Poggi, la gip nega l'incidente probatorio sul pc di Stasi
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Redazione Interno
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Nel labirinto processuale che si dipana, ormai da anni, attorno all'omicidio di Chiara Poggi, la giudice per le indagini preliminari Daniela Garlaschelli ha respinto una richiesta che puntava a riaprire un varco investigativo su un passaggio già definito. L'istanza, avanzata dalla difesa di Andrea Sempio – indagato in concorso nel delitto –, mirava a ottenere un incidente probatorio per sottoporre a nuove, decisive verifiche il computer di Alberto Stasi, già condannato in via definitiva per l'assassinio della moglie. Una mossa, quella degli avvocati Liborio Cataliotti e Angela Taccia, finalizzata a scovare tra quei dati un movente alternativo, capace di riorientare le responsabilità e, di conseguenza, di scagionare il proprio assistito. La gip, tuttavia, ha opposto un netto rifiuto, motivandolo con l'esistenza di un percorso tecnico già avviato e distinto dalla richiesta difensiva.
Le perizie già in corso e la porta che si chiude
A determinare la decisione del magistrato, come spiegato dallo stesso legale Cataliotti, è stato il fatto che la Procura di Pavia abbia già conferito in autonomia un incarico peritale a propri consulenti informatici, cui è stato dato mandato di analizzare il computer della vittima, Chiara Poggi. Un incarico dai tempi stringenti, fissati entro sessanta giorni, il cui avvio ha di fatto reso superfluo, agli occhi della gip, l'istanza per un incidente probatorio anche sull'apparato di Stasi. La manovra difensiva, che ambiva a una perizia "cristallizzata" e con valore probatorio incontrovertibile su entrambi i dispositivi, si è dunque scontrata con un muro, bloccando – almeno nella fase attuale – quella che era parsa una linea di indagine potenzialmente esplosiva. La richiesta, insomma, è stata giudicata non necessaria, poiché le verifiche tecniche su uno dei due computer, quello della Poggi, sono già state disposte e sono in corso d'opera.
La strategia della difesa e il movente alternativo
La scelta della difesa di Sempio di puntare sull'analisi informatica dei dispositivi non era casuale, ma rappresentava il tentativo di costruire un diversivo nella narrazione processuale consolidata. L'obiettivo, dichiarato, era infatti quello di "ricercare un movente alternativo", scavando nella vita digitale di Alberto Stasi per trovare elementi che potessero ridisegnare la dinamica del delitto e, con essa, la posizione del loro cliente. Una strategia che, se avesse avuto accesso allo strumento dell'incidente probatorio, avrebbe potuto fissare in via anticipata e definitiva le risultanze delle analisi, togliendo così alla controparte ogni margine di replica successiva. La chiusura di questa porta da parte della gip, però, confina ora questa ipotesi investigativa nell'ambito delle consulenze di parte, con un peso probatorio inevitabilmente differente e subordinato agli esiti delle indagini già disposte dal pubblico ministero.
I due fronti dell'indagine informatica
La situazione vede ora due binari paralleli, ma non sovrapponibili, nell'ambito delle indagini tecniche. Da un lato, procede l'incarico dato dalla Procura ai propri periti, concentrato esclusivamente sul computer di Chiara Poggi; dall'altro, resta l'interesse della difesa di Sempio, e persino di quella di Stasi – che ha a sua volta espresso la volontà di analizzare il dispositivo della vittima –, per un esame che coinvolga anche l'apparato del marito condannato. La decisione della giudice Garlaschelli, però, ha di fatto separato questi destini, autorizzando soltanto il primo tipo di accertamento e negando la "cristallizzazione" del secondo. Un passo che, senza precludere del tutto future iniziative difensive, ne limita fortemente l'impatto immediato, lasciando che siano gli esiti della consulenza disposta dalla Procura a tracciare, per primi, la nuova mappa digitale di una tragedia che continua a riservare colpi di scena giudiziari.




