Strage di Crans-Montana, un padre romano: "Mio figlio ustionato, ma vivo"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Un groviglio di dolore e di speranza, quello che stringe il cuore dei familiari dei giovani coinvolti nella sciagura di Capodanno in Svizzera, si condensa nelle parole pronunciate fuori dall’ospedale Niguarda di Milano dal padre di Manfredi, uno dei due sedicenni romani travolti dall’incendio. La sua voce, carica di una tensione che non riesce a celare il sollievo per aver ritrovato il figlio, ha descritto una condizione clinica grave ma non disperata: il ragazzo, infatti, ha riportato ustioni su circa il quaranta per cento del Corpo, con lesioni particolarmente estese sulla schiena. È in vita, e questa consapevolezza, per chi attende notizie in quei corridoi ospedalieri, rappresenta un bene primario che travalica, per il momento, ogni altra considerazione sulle lunghe cure che dovrà affrontare.

Un amico disperso e il mistero di una catenina

La sorte del compagno di avventura di Manfredi, Riccardo Minghetti, rimane invece avvolta in un silenzio angoscioso, che alimenta giorno dopo giorno l’attesa di un miracolo da parte dei suoi cari. I due ragazzi, legati da un’amicizia nata e cresciuta proprio sulle piste di Crans-Montana dove le rispettive famiglie possiedono una seconda casa, si erano recati insieme alla discoteca «Le Constellation» per festeggiare l’anno nuovo. Delle loro serate, vissute in un luogo che molti consideravano un sicuro rifugio per le vacanze in montagna, non è rimasto quasi nulla. Un destino simile, purtroppo, sembra essere toccato a un terzo giovane italiano, Giovanni Tamburi, bolognese di sedici anni del quale si sono perse le tracce dopo la sera dell’incidente. Il padre, imprenditore con una proprietà nella zona, aveva condiviso con lui quel periodo di festa, ignaro di quello che sarebbe accaduto. Tra gli oggetti ritrovati dalle autorità investigative, una catenina con una Madonnina potrebbe costituire un indizio per ricostruire gli ultimi istanti del ragazzo.

I proprietari del locale e le dinamiche dell'incendio

Sul banco degli indagati, mentre le operazioni di recupero e identificazione delle vittime procedono con lentezza straziante, sono finiti i proprietari del locale, i francesi Jacques e Jessica Moretti. La coppia, che gestisce altri esercizi nella rinomata stazione sciistica, era assente al momento dello scoppio delle fiamme: la donna, come è emerso, si trovava all’interno della discoteca ed è riuscita a mettersi in salvo, mentre il marito era impegnato in un altro loro bar. Le fiamme, divampate per cause ancora da accertare in modo definitivo dagli inquirenti svizzeri, hanno provocato un bilancio spaventoso, con decine di morti e oltre un centinaio di feriti, tra cui molti ragazzi giovanissimi. L’inchiesta, che dovrà fare luce sulle responsabilità penali e sulle eventuali negligenze nella sicurezza dell’edificio, si concentra ora sulle licenze, sui materiali presenti nel sottotetto e sulle vie di fuga.

Le indagini e il lungo percorso giudiziario

Il lavoro degli investigatori, complicato dalla vastità della tragedia e dalla nazionalità differenti delle vittime, procede senza sosta per stabilire l’esatta dinamica dell’incendio e le eventuali responsabilità. Ogni dettaglio, dalla posizione dei corpi alla mappa dei danni strutturali, viene analizzato per comprendere come il fuoco si sia propagato con tale rapidità e violenza da non lasciare scampo a così tante persone. Le perizie tecniche saranno fondamentali per chiarire se vi siano state violazioni delle norme antincendio o se altri fattori, forse imprevedibili, abbiano contribuito alla strage. Per i familiari dei dispersi, come per quelli dei feriti, inizia un duplice e straziante cammino: da un lato l’assistenza ai congiunti sopravvissuti, dall’altro l’attesa di risposte che la magistratura dovrà fornire, in un processo che, inevitabilmente, richiederà tempi lunghi.

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