Manovra 2026, il nodo Irpef: la riduzione dell'aliquota divide il governo
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Redazione Interno
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Si intensificano, in queste ore decisive, i colloqui tra i leader di maggioranza per definire i contorni della legge di Bilancio, la cui approvazione in Consiglio dei Ministri è attesa per la metà del mese. Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani hanno condotto un nuovo vertice a Palazzo Chigi, affrontando le misure cardine di un provvedimento che, com'è noto, rappresenta l'intervento economico più significativo dell'anno. Tra i temi al centro del dibattito, oltre alla rottamazione delle cartelle esattoriali e al bonus sulla prima casa, spicca con forza la proposta di revisione dell'Irpef, un argomento che genera non poche perplessità riguardo alla sua reale efficacia redistributiva.
Il taglio dell'aliquota e le simulazioni sui redditi
Il governo ha indicato nella diminuzione della seconda aliquota Irpef, dal 35% al 33% per i redditi fino a 50mila euro, uno degli elementi portanti della propria strategia fiscale, presentandolo come un sostanzioso alleggerimento del carico per lavoratori e pensionati. Tuttavia, le analisi di parte sindacale, le quali si basano su simulazioni dettagliate, dipingono uno scenario ben diverso e sostanzialmente deludente per una fetta consistente della popolazione. Secondo questi calcoli, che hanno il merito di entrare nel concreto, circa il 70% dei contribuenti – tutti coloro che dichiarano un reddito inferiore ai 28mila euro annui – non otterrebbe, di fatto, alcun vantaggio economico dalla manovra. Per chi percepisce un reddito di 30mila euro l'anno, l'agevolazione si tradurrebbe in un misero aumento del potere d'acquisto, stimabile in poco più di tre euro al mese, equivalenti a quaranta euro su base annua. Un importo che, è evidente, appare quasi simbolico se paragonato alle aspettative create.
Il confronto con le parti sociali e le altre priorità
Proprio mentre l'esecutivo si appresta a un confronto formale con le organizzazioni sindacali, emergono con chiarezza le posizioni distanti su come reperire le risorse necessarie. Da un lato, si registra la richiesta di introdurre un prelievo straordinario sull'1,3% del patrimonio per i contribuenti con un patrimonio superiore a una certa soglia, una misura che secondo i proponenti potrebbe garantire ingenti entrate. Dall'altro, il governo procede nel suo tour illustrativo della manovra, toccando anche temi sensibili come il trattamento delle pensioni, la situazione del sistema sanitario e le criticità del settore bancario, senza tralasciare questioni pratiche che riguardano le tredicesime e i buoni pasto. Il tutto, con l'obiettivo dichiarato di sostenere la crescita economica e di affrontare, per quanto possibile, il complesso tema del sostegno alla natalità.
L'effetto "drenaggio fiscale" e i benefici per i redditi medio-alti
A rendere meno incisivo l'intervento sul fronte Irpef contribuisce in modo determinante il fenomeno del cosiddetto "drenaggio fiscale", un meccanismo per cui l'inflazione spinge i contribuenti verso scaglioni di reddito più alti senza un reale miglioramento del loro potere d'acquisto, aumentando così il prelievo in termini reali. È solo salendo lungo la scala dei redditi che il beneficio del taglio dell'aliquota comincia a farsi apprezzabile: per un'imponibile di 50mila euro, infatti, il risparmio mensile arriverebbe a circa trentasette euro, per un totale annuo di 440 euro. Una cifra non trascurabile, che però finisce per avvantaggiare in misura proporzionalmente maggiore i percettori di redditi medio-alti, lasciando ai margini la grande maggioranza di quelli più bassi, i quali, paradossalmente, sarebbero i più bisognosi di un intervento di sollievo.




