La guerra in Iran prosciuga le difese e sposta gli equilibri: Kiev invia i suoi esperti sui droni nel Golfo, Mosca ricambia fornendo intelligence a Teheran
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Redazione Esteri
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Il conflitto in Medio Oriente, lungi dal rimanere una crisi circoscritta, sta riscrivendo le dinamiche della guerra in Ucraina, innescando un pericoloso gioco di specchi in cui gli alleati di ieri si trovano a dover ricalibrare le proprie priorità e le proprie risorse. L’attacco congiunto statunitense-israeliano del 28 febbraio contro obiettivi militari in Iran, e la conseguente risposta di Teheran che ha scatenato una pioggia di missili e droni su basi americane e alleate nel Golfo -4-6, ha costretto Washington a una richiesta senza precedenti a Kyiv: un aiuto concreto per contrastare la minaccia dei velivoli senza pilota di fabbricazione iraniana.
L’Ucraina, che da quasi quattro anni subisce le ondate degli Shahed russi — ora prodotti in Russia su licenza di Teheran con una componentistica sempre più cinese — ha sviluppato un know-how tattico e tecnico che si è rivelato improvvisamente fondamentale per gli Stati Uniti. Volodymyr Zelensky ha confermato che esperti militari ucraini partiranno a breve per l’area del Golfo; non si tratterà solo di un trasferimento di tecnologie, ma di personale specializzato che opererà sul campo per coadiuvare le forze americane e i loro alleati locali nell’intercettazione dei droni kamikaze, una difesa che si è dimostrata più complessa del previsto per il Pentagono. La controfferta di Kyiv è chiara: la propria esperienza, maturata sul campo a costi contenuti, in cambio di quei missili per i sistemi Patriot di cui l’Ucraina lamenta una cronica e ormai critica carenza. Zelensky ha ricordato come già durante l’escalation dello scorso anno tra Israele e Iran le forniture occidentali avessero subito rallentamenti, un rischio che oggi appare concreto vista la mole di munizioni teleguidate consumate in Medio Oriente.
Il doppio binario di Mosca tra intelligence e nuove linee di produzione
Sull’altro fronte, l’intreccio tra i due teatri bellici si fa ancora più esplicito. Mentre Kyiv si appresta a inviare i propri uomini nel Golfo, Mosca avrebbe attivato un canale di supporto intelligence a favore dell’Iran. Secondo quanto riportato dal Washington Post e citato da fonti israeliane, la Russia starebbe fornendo a Teheran informazioni sensibili sulle posizioni di mezzi militari statunitensi dispiegati in Medio Oriente, inclusi navi da guerra e aeromobili. Un gesto che appare come una chiara ritorsione per l’assistenza occidentale all’Ucraina, una forma di “payback” geopolitico che conferma la natura sempre più globale e interconnessa di questi conflitti. Nonostante la firma di un accordo di partenariato strategico nel gennaio 2025, la Russia non ha per il momento fornito un supporto militare diretto sul terreno all’Iran, segno di una cautela che riflette l’impiego totale delle proprie risorse nel fronte ucraino e il timore di un’escalation incontrollata con gli Stati Uniti. La collaborazione, però, si estende anche sul piano industriale: sono in corso piani per la costruzione di un nuovo stabilimento in Tatarstan che dovrebbe produrre versioni potenziate degli Shahed, capaci di incrementare la capacità russa di colpire le retrovie ucraine.
Il prosciugamento degli arsenali e la rincorsa ai componenti
Sul piano puramente logistico e industriale, la simultaneità delle crisi sta mettendo a dura prova le capacità produttive e di stoccaggio delle munizioni occidentali. Un rapporto dell’intelligence statunitense citato da fonti diplomatiche evidenzia come, in un solo giorno di combattimenti in Medio Oriente, le difese aeree alleate abbiano consumato un numero di missili intercettori (come i Patriot o i THAAD) paragonabile alle scorte che sarebbero state necessarie per coprire l’Ucraina per diversi mesi. La produzione industriale, nonostante gli sforzi, fatica a tenere il passo: la linea di produzione dei “Patriot” è satura e le scorte europee di vecchi sistemi si assottigliano. Questo prosciugamento rischia di lasciare Kyiv scoperta proprio mentre la Russia intensifica le sue campagne aeree su infrastrutture energetiche e centri abitati. Al contempo, la capacità di Mosca di sostenere l’alto ritmo di attacchi con droni rimane solida, grazie alla crescente integrazione di componentistica cinese che ha ormai sostituito quasi integralmente quella iraniana nelle linee di assemblaggio di Alabuga, rendendo la minaccia tecnologicamente più resiliente.
La nuova geografia delle alleanze
La richiesta di aiuto americana rappresenta un crudo riassunto di come i rapporti di forza si stiano rimodellando sotto la pressione degli eventi. L’Ucraina, da eterna richiedente, si trova ora nella posizione di poter offrire un contributo decisivo a Washington e ai suoi alleati del Golfo, guadagnando una leva diplomatica non indifferente nei confronti di paesi come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, tradizionalmente cauti nel loro appoggio a Kyiv e legati a Mosca da canali di dialogo aperti. Zelensky ha parlato di “investimento nelle capacità diplomatiche”, sottintendendo che l’assistenza ucraina potrebbe facilitare un ruolo più attivo di questi paesi nel promuovere una soluzione negoziale o nel fare pressione sul Cremlino. Un paradosso della storia, se si considera che i droni che oggi gli ucraini insegneranno ad abbattere nel Golfo sono gli stessi che, su licenza iraniana, continuano a mietere vittime e distruzione in Ucraina.




