Dermatite nodulare, dalla Valle d’Aosta alla Sardegna: vaccini di massa e nuovi focolai nell’Italia del 2026

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Mentre in Valle d’Aosta si accelera per immunizzare l’intero patrimonio bovino regionale, nel Sud della Sardegna gli allevatori fanno i conti con il ritorno di una malattia che sembrava ormai archiviata. Il 2026 segna una nuova fase nella gestione della Lumpy Skin Disease (LSD) – la dermatite nodulare contagiosa – con due scenari opposti ma complementari che si delineano sull’asse nord-sud del paese. Da un lato, l’arrivo di 35mila dosi di vaccino nella regione alpina, una campagna obbligatoria che mira a creare un cordone sanitario preventivo; dall’altro, la conferma di un focolaio a Muravera, nel Sarrabus, dove quattro capi sono già morti su cinque risultati positivi all’interno di una mandria complessiva di 148 animali.

La Valle d’Aosta corre ai ripari con 35mila dosi e l’obbligo vaccinale

La decisione della Regione autonoma, annunciata dall’Assessorato alla Sanità insieme all’Azienda USL, non è affatto casuale se si considera il quadro epidemiologico europeo. La Francia, regione confinante oltre il tunnel del Monte Bianco, ha registrato 117 focolai dal giugno del 2025, distribuiti in diversi dipartimenti, e questa prossimità geografica rende il territorio valdostano particolarmente esposto al rischio di introduzione del vettore. Il piano operativo, approvato con delibera di Giunta lo scorso marzo e validato dal Ministero della Salute, ha una particolarità che pochi commentatori hanno sottolineato: le dosi, inizialmente attese un mese fa dal Sudafrica, hanno subito un ritardo legato alla situazione bellica internazionale che ha sconvolto i trasporti aerei. Un intoppo logistico che ha compresso i tempi di attuazione, ma che non ha fermato l’iter burocratico.

Sul fronte operativo, sarà la Struttura Sanità animale dell’USL a contattare direttamente gli allevatori, evitando passaggi intermedi che potrebbero rallentare la somministrazione. La Regione ha già allertato AREV e IAR per il supporto, senza escludere – in caso di necessità – il coinvolgimento della Protezione civile e del forestale. Un dispositivo imponente che testimonia come il comparto zootecnico valdostano venga considerato una risorsa strategica, non solo economica ma anche sociale, per il mantenimento del territorio montano.

Muravera, il bollettino dell’Istituto di Teramo e il blocco dei movimenti

Mentre in Valle d’Aosta si preparano alla prevenzione, in Sardegna si conta il danno. Il nuovo focolaio, individuato nelle campagne di Muravera, è ufficialmente il primo caso italiano del 2026 registrato nel bollettino epidemiologico nazionale veterinario. La conferma, arrivata ieri, 14 aprile, ha fatto scattare immediatamente le procedure standard: l’allevamento interessato è stato isolato, i quattro capi morti sono stati distrutti secondo i protocolli sanitari, e si attende l’evoluzione per il quinto animale infetto. Quello che preoccupa non è tanto il numero esiguo dei capi coinvolti – cinque su una mandria di 148 – quanto la rapidità con cui il virus ha colpito, causando un tasso di mortalità altissimo tra i malati.

Il Centro nazionale di riferimento di Teramo, che ha confermato la diagnosi, ha imposto l’istituzione di una zona di protezione di 25 chilometri attorno al focolaio e una zona di controllo fino a 50 chilometri. Significa, in pratica, il blocco totale della movimentazione degli animali in un’area vastissima del Sud Sardegna, una misura che gli allevatori della zona conoscono fin troppo bene. La precedente epidemia, durata mesi fino allo scorso gennaio, aveva già paralizzato l’isola, portando all’abbattimento di centinaia di capi e al blocco delle esportazioni. Un incubo che si ripete, nonostante le massicce campagne vaccinali che molti ritenevano avessero debellato il morbo.

Un vaccino sicuro e l’assenza di rischi per la filiera alimentare

Di fronte alla psicosi che rischia di propagarsi tra i consumatori – sempre sensibili ai temi della sicurezza alimentare – gli esperti dell’Assessorato valdostano hanno voluto fornire delucidazioni precise. La dermatite nodulare, causata da un virus del genere Capripoxvirus, colpisce esclusivamente i bovini e non è trasmissibile all’uomo, né per contatto diretto con gli animali malati né attraverso il consumo di carne o latte. Quest’ultimo punto, in particolare, è stato oggetto di una comunicazione mirata: le autorità sanitarie ribadiscono che non esiste alcuna controindicazione nel consumare prodotti derivanti da capi vaccinati.

Sulla natura del farmaco impiegato, la Regione ha inoltre voluto fugare ogni dubbio legato alle recenti polemiche sui vaccini a mRNA. Quello utilizzato per la LSD è un vaccino a virus vivo attenuato, una tecnologia che vanta oltre cinquant’anni di utilizzo in campo veterinario. Come spiegato dalla veterinaria regionale Enrica Muraro, non solo si tratta di una piattaforma consolidata, ma il vaccino stesso non è in grado di provocare la malattia né di generare i focolai osservati nelle ultime settimane. Un messaggio di rassicurazione che, almeno sulla carta, dovrebbe evitare il ripetersi delle contestazioni viste in passato.

L’obiettivo delle vaccinazioni prima delle monticazioni estive

La tempistica della campagna valdostana non è stata scelta a caso. L’obiettivo dichiarato è quello di concludere le somministrazioni prima delle monticazioni verso gli alpeggi, quel fenomeno millenario che porta le mandrie sui pascoli d’alta quota durante la bella stagione. Il caldo, come noto, favorisce la proliferazione degli insetti ematofagi – zanzare, mosche e zecche – che fungono da vettori meccanici del virus. Immunizzare gli animali prima dell’esposizione a questo rischio stagionale è quindi una mossa di prevenzione biologica, che mira a garantire una copertura immunitaria adeguata nei mesi critici.

In Sardegna, invece, le autorità si trovano a dover gestire un’emergenza conclamata. Non si conosce ancora l’origine di questo nuovo focolaio: se si tratti di una reintroduzione dal Nord Africa o da altre rotte commerciali, oppure se il virus fosse sopravvissuto in qualche reservoir animale non identificato. Gli allevatori della zona, già provati dalle restrizioni passate, guardano con ansia ai prossimi giorni, consapevoli che la sola conferma di un caso innesca procedure automatiche di blocco che possono durare mesi. Mentre la Valle d’Aosta spende risorse per prevenire, la Sardegna spende risorse per contenere: due facce della stessa medaglia in un paese che non può permettersi di abbassare la guardia su una malattia capace di decimare intere mandrie in pochi giorni.

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