Il giallo della bodycam e lo spray al volto: i minuti decisivi dell’intervento che è costato la vita a Fakir
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Redazione Interno
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Il minuto e quattordici secondi che precedono la morte di Abderrahim Fakir sono impressi in una sequenza di frame che la Procura di Bologna sta analizzando con la lente di ingrandimento. L’uomo, un 42enne di origini marocchine, si trova a terra, prono, con le braccia bloccate dietro la schiena da fascette e le caviglie legate. È in questa posizione, immobilizzato e con il volto segnato da macchie marroni scure, che due soccorritori della Croce Rossa gli praticano il massaggio cardiaco e la ventilazione, mentre un agente si china accanto a lui in ginocchio.
Il drammatico filmato, diffuso dai legali della famiglia, mostra una scena che gli inquirenti considerano centrale per l’inchiesta per omicidio colposo, aperta nei confronti dei due poliziotti e dei quattro operatori del 118 intervenuti in via Svevo al Pilastro.
Le immagini dello spray e il “pregiudizio” del ministro
Tra gli elementi che hanno acceso il dibattito, oltre alla dinamica dell’immobilizzazione, c’è l’uso dello spray al peperoncino. Un fotogramma dei video agli atti mostra uno dei due agenti, il 23enne autista della volante, che spruzza il contenuto urticante a pochi centimetri dal volto di Fakir. Questo particolare, secondo la difesa della famiglia, sarebbe la causa delle evidenti macchie sul viso dell’uomo, che compaiono anche nelle riprese della rianimazione.
Proprio l’utilizzo dello strumento, e la sua conformità alle linee guida del Viminale che ne raccomandano un impiego a distanza di sicurezza, è un aspetto che la magistratura sta vagliando con attenzione. Sulla vicenda, intanto, è intervenuto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, parlando di un «pregiudizio» che, a suo dire, porta alcuni a presumere la non legittimità dell’operato delle forze dell’ordine.
La bodycam comprata dal poliziotto e il video di 50 minuti
Un elemento di svolta nell’indagine, per la ricostruzione dei fatti, arriva da una fonte inaspettata: la bodycam indossata dal poliziotto 23enne, che è stato l’autista della volante. A differenza di quanto spesso accade, la telecamera non faceva parte della dotazione standard fornita dal ministero; si tratta di un dispositivo acquistato privatamente dallo stesso agente al costo di circa 400 euro, una prassi sempre più diffusa tra i colleghi per tutelarsi da possibili contestazioni.
Il giovane poliziotto ha spiegato la sua scelta al difensore, l’avvocato Gabriele Bordoni, affermando di averla attivata per cautela e trasparenza, e consegnando il supporto di 50 minuti alla Procura. La sua prospettiva, quella dell’agente che filma mentre i colleghi operano, offre una ricostruzione inedita dell’intera sequenza di eventi: i tentativi verbali di calmare Fakir, durati quasi mezz’ora, e l’escalation che ha portato al blocco fisico.
La dinamica: dalla crisi alla colluttazione
La ricostruzione fornita dalla difesa, basata anche sulle immagini della bodycam, delinea una dinamica che contrasta parzialmente con la testimonianza di alcuni residenti. Secondo quanto riferito dall’avvocato Bordoni, inizialmente i poliziotti hanno cercato un approccio dialettico con l’uomo, che si trovava in uno stato di evidente alterazione. La situazione sarebbe precipitata quando Fakir si è scagliato contro un’auto, spintonando un conducente che stava parcheggiando.
Questa aggressione, sostiene la difesa, avrebbe giustificato l’intervento fisico immediato degli agenti per mettere in sicurezza il cittadino e il malcapitato. Il legale, inoltre, ha sottolineato che non si nota nulla di «esuberante» nel comportamento dei suoi assistiti durante il blocco, evidenziando come alcuni residenti siano addirittura accorsi in loro aiuto per tenere fermo l’uomo.
Le manette e l’asfissia posizionale: il nodo della rianimazione
Il vero punto di attrito, tuttavia, rimane la fase successiva all’immobilizzazione. Mentre la Procura cerca di capire se gli agenti avessero o meno il taser in dotazione, le immagini mostrano Fakir bloccato a terra, a pancia in giù, mentre gli agenti gli salgono sulla schiena. Dopo che l’uomo ha smesso di muoversi, i soccorritori della Croce Rossa iniziano le manovre rianimatorie, ma il corpo è ancora legato con fascette alle caviglie e braccia dietro la schiena.
Una posizione che, secondo gli esperti, può essere di per sé la causa di un’asfissia posizionale, ostacolando l’efficacia del massaggio cardiaco. L’avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia di Fakir, ha denunciato con forza questa circostanza, definendo «inammissibile» che la rianimazione sia stata praticata in quelle condizioni. I sanitari, a un certo punto, si sentono addirittura chiedere un «taglierino» per poter liberare l’uomo.
Il testimone e le chiamate al 112
Un quadro che trova riscontro nella testimonianza di Nassir, un residente del quartiere, che ha raccontato al Corriere della Sera di aver visto Fakir arrivare da solo dal giardino. «Aveva le mani in alto, i piedi scalzi e continuava a urlare: “Aiuto, aiuto, vi prego, per favore”», ha dichiarato il testimone, descrivendo un uomo in preda al panico, che si muoveva avanti e indietro e tentava di aprire i garage, ma che non ha mostrato un comportamento violento.
Alla base della tragedia, dunque, potrebbe esserci un drammatico fraintendimento: la richiesta d’aiuto di un uomo in forte stato di alterazione confusa con un’aggressione in atto. I nuovi filmati, e in particolare il punto di vista della bodycam privata, saranno ora determinanti per stabilire se l’intervento dei poliziotti sia stato proporzionato o meno, e se i soccorritori abbiano fatto tutto il possibile per salvare la vita a un uomo che gridava aiuto.
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