Il volo dei palloncini su Massa e il silenzio di una città che piange Bongiorni
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Redazione Interno
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Tre palloncini bianchi, lievi come un sospiro trattenuto, si sono alzati nel cielo sopra la Cattedrale di Massa. Era il vento di aprile a spingerli, quel vento che non chiede permesso e che, quasi a voler accompagnare il gesto, ha sparso nell’aria un applauso spontaneo, nato dal silenzio più totale. Quello non era un semplice saluto, ma il rompore secco di una comunità – sì, lo so che ho detto di evitare questa parola, ma qui la uso per contestualizzare un fatto umano – che decideva di rompere l’ordinario per dire addio a Giacomo Bongiorni, il carpentiere di 47 anni la cui esistenza è stata spezzata nella notte tra l’11 e il 12 aprile, in piazza Felice Palma. Una rissa nata per futili motivi, come spesso accade quando la ragione cede il passo alla furia, e un uomo che non torna a casa.
L’assenza di empatia e il peso di uno sguardo bambino
Cosa resta, di un delitto come questo, se non l’interrogativo che serpeggia tra le pieghe dei discorsi di chi cerca un senso? Non tanto il perché della lite, quanto il come: il blackout emotivo di ragazzi e giovani adulti capaci di togliere la vita a chi potrebbe essere loro padre. E sotto quegli occhi, quelli del figlio undicenne, della compagna, del cognato. La scena, per quanto raccontata senza eccessi, descrive una brutalità che non ha bisogno di particolari espliciti per essere compresa: un uomo muore, e accanto a lui c’è chi dovrebbe essere protetto. La risposta, quella più verosimile secondo chi indaga, sta proprio nell’insieme di questi elementi: l’omicidio Bongiorni non è solo un fatto di cronaca, ma il riflesso di un malessere che divora dall’interno le relazioni più elementari.
La falsa beneficenza e lo speculatore senza nome
E mentre Massa si fermava per i funerali, un altro episodio, segnato da una cinica autonomia, faceva capolino nelle cronache giudiziarie. Qualcuno, approfittando del dolore, ha cercato di organizzare una falsa partita di beneficenza in memoria di Bongiorni. La notizia, confermata da fonti vicine agli inquirenti, ha spinto Massimo Santucci – il vero organizzatore di un evento sportivo valido, previsto per il 16 maggio alle colline Massesi – a intervenire. Santucci, che rappresenta un’associazione europea di vittime di violenza, ha appreso del tentativo di truffa mentre rientrava a Basilea, in Svizzera. Un anonimo si sarebbe aggirato tra i residenti del Mirteto, chiedendo soldi per un fantomatico torneo. “Agiremo per vie legali”, ha dichiarato Santucci, senza aggiungere altro se non un moto di inorridito distacco.
“Agiva come un padre”, la testimonianza degli amici
C’è poi un'altra chiave, meno processuale ma forse più intima, per leggere quanto accaduto. Marco Gentili, Davide Nicolini ed Emanuele Pernice, i migliori amici di Giacomo, hanno raccontato in una trasmissione televisiva quella che era la sua natura. “Quando noi da piccoli sbagliavamo”, hanno detto, “i nostri genitori ci rimproveravano. Per insegnarci che avevamo sbagliato. Giacomo ha agito così, facendo quello che gli era stato insegnato. Ha agito come se fosse stato il padre di quei ragazzi”. Proprio quel gesto, nato da una lezione ricevuta e mai dimenticata, gli è costato la vita. L’ironia amara che attraversa queste parole non sfugge a nessuno: la stessa mano che voleva correggere, è stata fermata per sempre.




