Terna, la buonuscita da 7 milioni e quel veto di meloni sulla poltrona Eni
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Redazione Economia
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Il caso esplode nel momento peggiore, quando i petroliferi di Hormuz e i venti che soffiano dal Medio Oriente rendono ogni nomina nell’energy un affare di stato. Eppure, a far saltare la copertura, è stata una cifra. Anzi, una pretesa: sette milioni di euro per la buonuscita di Giuseppina Di Foggia, l’amministratrice delegata uscente di Terna, prima di accomodarsi – così almeno era nei piani – alla presidenza di Eni. Una girandola di poltrone che nel pubblico (dove certe retribuzioni non conoscono davvero tetto) ha innescato la reazione secca di palazzo Chigi.
L’accordo, va detto, è stato trovato dopo giorni di trattative serrate tra l’azienda delle reti elettriche e il suo azionista di controllo, quel ministero dell’Economia e delle Finanze che muove i fili per il tramite di Cdp. Di Foggia rinuncia alla buonuscita. Sì, proprio a quei sette milioni. E in cambio? Può andare all’Eni, dove il governo l’ha candidata alla presidenza. La rinuncia, però, non ha placato l’ira della premier Giorgia Meloni. Anzi, la sofferta decisione della manager di lasciare i soldi sul piatto arriva dopo un vero e proprio ultimatum: scegli tra l’indennità di fine rapporto e la poltrona del cane a sei zampe. Una scelta, per certi versi, obbligata.
Poltrona in bilico e stock option da un milione
Ma c’è un dettaglio, anzi più d’uno, che impedisce di archiviare la vicenda come un semplice caso di buone maniere finanziarie. Di Foggia, seppur rinunci al trattamento di fine rapporto, non lascia Terna a mani vuote. Le restano il variabile e le stock option, che insieme varcano abbondantemente il milione di euro. Non proprio la fame, insomma. E la presidenza Eni, quella per cui valeva la pena sacrificare l’indennità, ora pende letteralmente in un equilibrio instabile. Perché la rabbia della presidente del Consiglio – che non ha gradito né la cifra né la tempistica, né tantomeno l’idea che una manager pubblica potesse incassare una buonuscita da capogiro per poi saltare nel principale gruppo energetico nazionale – potrebbe tradursi in un dietrofront.
L’azionista di maggioranza relativa, il Mef (che detiene direttamente il 2,16% del capitale e indirettamente un altro 30,91% attraverso la Cassa depositi e prestiti, partecipata all’82,77% dal ministero), ha già dato il via libera all’accordo. Ma senza il via libera politico, quello vero, la nomina rischia di arenarsi. Così la presidenza Eni, che sembrava un approdo naturale, è diventata una poltrona in bilico.
L’ultimatum di palazzo Chigi e i tempi dell’operazione
La cronaca di questi giorni racconta una partita giocata sui dettagli, quelli che contano: lo stipendio, le dimissioni, le modalità di uscita dal gruppo che gestisce la rete elettrica di trasmissione nazionale. L’accordo tra Di Foggia e Terna, mediato dall’azionista pubblico, è stato definito punto per punto. La manager rinuncia al trattamento di fine rapporto (e alla buonuscita milionaria) e può incassare, oltre alle stock option, anche una parte variabile legata ai risultati. In cambio, il governo non le ha revocato la candidatura a presidente Eni. Almeno per ora.
Perché l’ombra di Meloni è ancora lì, pesante. L’invito a scegliere tra l’indennità e la presidenza non era una semplice formalità. Era un messaggio chiaro: certe prassi, nel pubblico, non sono più tollerate. Che poi Di Foggia abbia scelto la poltrona (e i milioni delle stock option) è un fatto. Che questa scelta basti a placare l’esecutivo, è tutt’altro che scontato. I rinvii, le trattative, i silenzi carichi di significato che arrivano da viale Asiago e da corso Sertoli raccontano di una partita ancora aperta. E di una nomina che, alla fine, potrebbe saltare ugualmente.




