Guerra elettronica nel Golfo: il jamming satellitare manda in tilt i sistemi di navigazione di oltre mille navi
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Redazione Esteri
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L’escalation militare in Medio Oriente, conseguente agli attacchi congiunti di Israele e Stati Uniti contro postazioni iraniane iniziati lo scorso 28 febbraio, non sta producendo effetti soltanto nei teatri di scontro a fuoco o nei cieli percorsi da droni e missili. C’è un’altra dimensione, invisibile e silenziosa, di questo conflitto, che sta mettendo in seria difficoltà uno dei nodi nevralgici del commercio energetico mondiale. Nelle acque del Golfo Persico e del Golfo di Oman, il traffico marittimo sta vivendo ore di profonda incertezza a causa di un massiccio e prolungato attacco di guerra elettronica, una forma di offesa che prende di mira i segnali GPS e AIS, ovvero i sistemi che permettono alle imbarcazioni di determinare la propria posizione e di essere identificate.
Secondo le analisi condotte da società di intelligence marittima, nell'arco delle prime ventiquattr'ore successive all'inizio dell'operazione militare, oltre 1.100 navi – un numero che comprende petroliere, portacontainer e altre unità commerciali – hanno subito interferenze ai propri strumenti di navigazione. Il fenomeno, ben più esteso e complesso di un semplice disturbo del segnale, è riconducibile a due tecniche precise: il jamming e lo spoofing. Se la prima si limita a interrompere la ricezione del segnale satellitare, creando di fatto un’area cieca, la seconda, ben più insidiosa, inganna i ricevitori di bordo fornendo coordinate alterate. È per questo motivo che le mappe digitali delle navi, impazzendo, hanno iniziato a mostrare posizioni del tutto inverosimili: cargo e petroliere sono apparse mentre navigavano sulla terraferma, nei pressi di un aeroporto o addirittura all'interno del perimetro di una centrale nucleare.
Traiettorie impazzite e rotte a rischio nello Stretto di Hormuz
Il cuore di questa emergenza tecnologica batte nello Stretto di Hormuz, quel passaggio obbligato attraverso cui transita quotidianamente circa il venti per cento del petrolio e del gas naturale liquefatto scambiato a livello globale. Qui, dove la precisione nella navigazione è condizione essenziale per evitare collisioni in acque congestionate, l’effetto delle interferenze ha causato rallentamenti, inversioni di rotta e, in alcuni casi, lo spegnimento volontario dei sistemi AIS da parte dei comandanti. Una scelta, quest'ultima, che mira a evitare di diffondere dati palesemente errati, ma che espone le navi al rischio concreto di non essere viste da altre unità, moltiplicando la possibilità di incidenti in uno specchio d'acqua già reso pericoloso dalla presenza di mine e dai recenti attacchi missilistici che hanno danneggiato alcune imbarcazioni.
A rendere il quadro ancora più complesso è la natura stessa di queste tecnologie, spesso ritenute inviolabili. Gli esperti del settore sottolineano un paradosso non da poco: i ricevitori GPS installati sulla maggior parte delle grandi navi mercantili sono tecnologicamente meno avanzati e più vulnerabili di quelli integrati nei comuni smartphone di ultima generazione. Si tratta di apparati progettati per ricevere un segnale, quello satellitare, che viaggia per migliaia di chilometri fino a raggiungere la superficie terrestre, indebolendosi e diventando così facile preda di interferenze generate da trasmettitori a terra, capaci di sovrastarlo con segnali molto più potenti.
Conseguenze collaterali di un conflitto asimmetrico
L’offensiva elettronica in corso non è però un fenomeno inedito per chi segue le dinamiche dei conflitti contemporanei. Già la guerra in Ucraina, ormai giunta al suo quarto anno, ha rappresentato un laboratorio su larga scala per queste tecniche, con ripetuti episodi di disturbo che hanno coinvolto non solo i droni e i missili, ma anche i sistemi di navigazione degli aerei di linea civili in transito sul Mar Nero e sul Baltico. Nel Golfo Persico, tuttavia, la densità del traffico mercantile e il valore strategico delle merci trasportate rendono la posta in gioco molto più alta. Le assicurazioni, di fronte a questo scenario, hanno iniziato a ritirare le coperture belliche per le navi in transito nell'area, aggravando ulteriormente la crisi di un settore marittimo che vede aumentare esponenzialmente i rischi operativi.
Il fenomeno, descritto dagli analisti come una forma di “aggressione da zona grigia” – attività militare che non raggiunge la soglia di un attacco cinetico diretto – sta di fatto trasformando la navigazione in un'impresa ad altissima incertezza. Le navi, pur non essendo il bersaglio primario di queste azioni di disturbo, pensate piuttosto per deviare o neutralizzare droni e missili nemici, si trovano a essere vittime collaterali di un conflitto in cui l’etere è diventato un campo di battaglia al pari della terraferma. La capacità di distinguere il vero dal falso, per un navigante del ventunesimo secolo, si riduce alla possibilità di fare affidamento su strumenti di bordo che, in questa guerra ombra, hanno perso gran parte della loro affidabilità.




