Sal da Vinci all’Eurovision tra i pregiudizi e il significato di “Per sempre sì”

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La macchina comunicativa dell’Eurovision Song Contest, giunto quest’anno alla sua settantesima edizione, si è messa in moto con una rapidità che non sempre si era vista in passato, e la conferma è arrivata direttamente dal vincitore del Festival di Sanremo: Sal da Vinci, a differenza di quanto accaduto dodici mesi fa con Olly, ha sciolto immediatamente ogni riserva, accettando di rappresentare l’Italia a Vienna dal 12 al 16 maggio con il suo Per sempre sì. Una scelta, la sua, che arriva al culmine di una settimana che ha visto il brano trasformarsi in un fenomeno pop capace di varcare i confini del semplice ascolto radiofonico per diventare terreno di scontro culturale, oggetto di rielaborazioni ironiche e, come spesso accade quando il successo intreccia dinamiche territoriali, bersaglio di una narrazione mediatica che qualcuno ha definito, non senza una certa dose di polemica, pregna di pregiudizi.

Se l’Ariston, durante la sua esibizione, si era trasformato in una festa popolare culminata in una standing ovation che aveva emozionato l’artista fino alle lacrime -6, al di là del teatro il dibattito ha preso strade ben più accidentate. Le reazioni internazionali, in questo senso, offrono una lente di ingrandimento interessante su un paradosso tutto italiano: da un lato, i dati raccolti da Vico Food Box tra gli italiani all’estero, che hanno visto Sal da Vinci piazzarsi al secondo posto nelle preferenze dietro Arisa ma davanti a nomi come Ermal Meta e Fedez, con punte del 27,1% in Germania dove è addirittura risultato il più amato -3; dall’altro, una certa stampa nazionale che, nell’analizzare il fenomeno, ha talvolta lasciato trapelare un disagio di fondo, quello che Fulvio Martusciello, in un editoriale pubblicato su Il Mattino, ha ricondotto a un’antica diffidenza verso chi arriva da fuori dai circuiti tradizionali, da chi non ha frequentato i “salotti giusti” e si permette comunque di vincere. Una diffidenza che, secondo l’analista, si manifesta nell’uso di ironie che richiamano certi stereotipi televisivi o nel sottolineare con supponenza le origini popolari di un artista, quasi fossero una macchia e non il segno di un percorso autentico.

E il percorso di Sal da Vinci, bisogna dirlo, è costellato di tappe che poco hanno a che fare con la casualità del momento virale: la gavetta cominciata a sette anni, i tredici tentativi falliti prima del debutto sanremese nel 2009, la capacità di attraversare generi e linguaggi senza mai tradire una certa napoletanità che, nel suo caso, non è folclore ma matrice culturale profonda. Una matrice che, però, quando si traduce in trionfo, pare innescare un meccanismo di reazione a catena. Il paragone con Geolier, emerso prepotentemente nelle dichiarazioni post-vittoria, non è casuale: il rapper, due anni fa, fu al centro di polemiche feroci dopo aver dominato il televoto, e lo stesso Da Vinci ha voluto condividere con lui questo premio, quasi a voler idealmente completare un cerchio rimasto allora aperto. La sensazione, per molti commentatori, è che il successo di un’espressione culturale del Sud venga sistematicamente messo in discussione, incorniciato nel sospetto o banalizzato con etichette come quella di “neomelodico”, usata talvolta in senso spregiativo per sminuire la portata del fenomeno.

Il dibattito sul testo e la bufera social

A rendere ancora più complesso il quadro, poche ore dopo la proclamazione, è intervenuta una riflessione che ha spostato il focus dalla forma al contenuto, dal background dell’artista al significato stesso del suo brano. La professoressa Barbara Poggio, ordinaria di Sociologia all’Università di Trento, ha pubblicato un intervento in cui esprimeva perplessità sul modello relazionale raccontato in Per sempre sì, citando passaggi come “senza te non vale niente, non ha senso vivere” e suggerendo come quel tipo di linguaggio, in alcuni contesti, possa alimentare una visione totalizzante dell’amore che nulla ha a che fare con la parità. Un’analisi, la sua, che ha immediatamente aperto un fronte di discussione legittimo sul vocabolario emotivo nella musica popolare, ma che nelle ore successive ha subito una torsione violenta.

Perché se il dibattito culturale è sempre auspicabile, ciò che è accaduto sui social network ha invece varcato la soglia del confronto civile. L’onda d’urto delle critiche al testo si è trasformata, per Sal da Vinci, in un attacco personale e talvolta feroce: video realizzati con l’intelligenza artificiale che mostravano il Vesuvio in eruzione, insulti, e una ridda di commenti che, al di là della contestazione artistica, hanno riportato alla luce quel sottobosco di pregiudizio territoriale che sembrava sopito. A difendere l’artista è intervenuto il deputato di Alleanza Verdi e Sinistra, Francesco Emilio Borrelli, il quale, pur riconoscendo la libertà della critica accademica, ha condannato senza mezzi termini il clima degenerato in rete, sottolineando come “collegare una canzone d’amore al tema del femminicidio” possa rappresentare il superamento di un limite, e come gli attacchi personali, specialmente quelli connotati in senso anti-napoletano, siano del tutto inaccettabili.

L’effetto virale tra meme, politica e attesa europea

In questo turbine di reazioni, il brano ha continuato la sua marcia, dimostrando una vitalità che va ben oltre le intenzioni del suo autore. Per sempre sì è diventato virale, e la viralità, si sa, è una bestia che non guarda in faccia a nessuno: il testo è stato ripreso, storpiato, adattato. Edo Sparks, content creator con oltre 44mila follower, ne ha persino realizzato una versione in inglese con un arrangiamento rock, ironizzando sul fatto che così assomigliasse a un pezzo dei Muse, e la trovata è piaciuta a tal punto che lo stesso Carlo Conti l’ha ricondivisa nelle sue storie Instagram. Un’appropriazione creativa che testimonia quanto la canzone sia ormai entrata nell’immaginario collettivo, al punto da diventare oggetto di meme politici, come quello che lo vedeva erroneamente schierato per il “No” al referendum, salvo poi essere costretto a una smentita pubblica.

Ora, per Sal da Vinci, si apre la parentesi europea. E la domanda, per certi versi, è duplice: come verrà accolto un brano così radicato in una certa tradizione melodica italiana dal pubblico continentale abituato a sonorità spesso diverse? E, soprattutto, quale sarà la reazione della stampa estera, quella che un anno fa si divertiva con l’Espresso Macchiato del cantante estone, nell’osservare le complesse dinamiche identitarie che questo trionfo ha scatenato nel paese che rappresenta? Da New York, città dove l’artista è nato, a Napoli, passando per Vienna, il viaggio di Per sempre sì è appena cominciato, portando con sé il peso di una vittoria che qualcuno ha già definito “di un popolo” -10, con tutta la complessità che una simile definizione porta con sé.

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