Gravina: “Commissariamento della Figc viola quel principio di autonomia tutelato da Uefa e Fifa”

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Si è tenuto oggi il Consiglio federale della Federcalcio, un’assise che, complice l’aria tesissima che aleggia sugli ambienti di via Allegri da settimane, ha offerto l’occasione a Gabriele Gravina – presidente dimissionario ma ancora al timone per gestire la transizione – per pronunciare parole che suonano come un avvertimento chiaro, diretto a chi, tra i palazzi della politica romana, sta imbracciando la matita per riscrivere le regole del gioco. Nel corso della riunione, Gravina ha innanzitutto preso atto di un dato che, a suo dire, merita plauso: la bozza di decreto legge promossa dal senatore di Fratelli d’Italia Marcheschi ha recepito quasi per intero le proposte di riforma contenute nella relazione sullo stato di salute del calcio italiano, quella stessa relazione che lui stesso aveva anticipato nel comunicato delle proprie dimissioni dello scorso 2 aprile e che ora, pubblicata sul sito della Federazione, fa da spartito per ogni discussione seria sul futuro del movimento.

Lo scontro sull’autonomia e il rischio dell’intervento esterno

Tuttavia, il plauso si è trasformato immediatamente in un’accusa netta, priva di sbavature, non appena l’analisi è caduta su un punto specifico del testo, quello in cui si stabilisce per legge la facoltà di commissariare la Figc. Un’eventualità, quest’ultima, che Gravina ha bollato come “atto non risolutivo dei problemi” – anzi, a suo avviso, dannoso – e come “palese violazione del principio di autonomia”, un principio che non è solo una dichiarazione d’intenti ma che risulta essere “sancito e tutelato” dagli statuti di tre colossi del movimento globale: il Comitato Olimpico Internazionale, la Fifa e, su tutti, la Uefa. È una denuncia che arriva in un clima già incandescente, quello di una partita politica ormai apertamente dichiarata, dove lo spettro di un commissariamento – da più parti evocato come soluzione rapida per disinnescare le polveri di una Federazione in piena crisi di vertice – si scontra con la tradizionale resistenza del calcio italiano a ogni forma di ingerenza governativa.

Le conseguenze sportive sul tavolo, tra Coppe ed Europei 2032

A rendere la posta ancora più alta, non ci sono solo ragioni di principio o equilibri di potere interni. Il presidente dimissionario, che ha assistito prima al tracollo della Nazionale e alle conseguenti divisioni sul nome del suo successore, ha voluto ricordare – anche se senza mai scadere nella minaccia esplicita – che il rispetto dell’autonomia federale è una condizione imprescindibile per mantenere intatti i rapporti con gli organismi internazionali. La Uefa, in particolare, ha il potere di punire una federazione nazionale che subisca un commissariamento imposto per legge, e le sanzioni potrebbero essere pesantissime: si va dalla sospensione delle squadre italiane dalle Coppe europee fino alla revoca dell’assegnazione degli Europei del 2032, un evento che l’Italia si è aggiudicata in comproprietà con la Turchia e che rappresenterebbe un volano economico e d’immagine di prim’ordine. Un’esclusione, quella dalle competizioni, che avrebbe effetti devastanti su un sistema già provato da anni di difficoltà finanziarie e da scandali – come quello recente che ha coinvolto il designatore Rocchi – che paiono quasi legittimare, agli occhi dei più disincantati, la prospettiva di un interrisso esterno.

Un film già visto: la politica entra in campo, il calcio fa muro

Il copione, a sentire i commenti raccolti ai margini del Consiglio federale, sembra quello di un film già proiettato in altre sale: la sconfitta con la Bosnia che ha significato l’esclusione dal terzo Mondiale consecutivo, le dimissioni annunciate di Gravina, le spaccature intestine sul nome del sostituto, la pioggia di polemiche arbitrali e, ora, l’ombra lunga del legislatore che si allunga sui campi di gioco. È uno scenario che spinge l’intero sistema del calcio italiano a fare muro, a serrare i rangini per difendere quel principio di autogoverno che, sebbene spesso criticato per le sue opacità e le sue lentezze, viene ora visto come l’ultimo baluardo contro una politicizzazione selvaggia. Gravina, nella sua relazione, ha denunciato la “gravità” della parte del decreto che apre al commissariamento, senza però indicare soluzioni alternative né aprire a ipotetici spiragli di trattativa, limitandosi a ribadire che quel tipo di intervento, lungi dal risolvere le criticità strutturali del calcio italiano, le aggraverebbe innescando una reazione a catena con conseguenze disciplinari internazionali inevitabili.

Le parole della Figc e il nodo della riforma ancora aperto

La Figc, attraverso il proprio sito, ha reso noti i passaggi salienti dell’intervento, sottolineando come Gravina abbia saputo riconoscere il merito al senatore Marcheschi per aver ripreso molte delle idee contenute nella relazione, pur stigmatizzando con forza la parte normativa relativa al commissariamento. Un equilibrio, quello tra apprezzamento per le riforme e rifiuto del metodo impositivo, che fotografa bene la contraddizione di una Federazione che chiede aiuto alla politica per cambiare (leggi: riformare statuti, modificare pesi e contrappesi) ma non intende cedere di un millimetro sulla propria sovranità. La partita, insomma, è solo all’inizio, e mentre Gravina – ormai formalmente dimissionario – continua a occupare la poltrona di presidente in attesa di passare il testimone, il decreto legge promosso da Fratelli d’Italia procede nel suo iter, portando con sé una domanda che, al momento, resta senza risposta: chi deciderà il futuro del calcio italiano, i dirigenti sportivi o il Parlamento?

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