Il fondo azzurro escluso dal podio nella sprint di Tesero, Svahn guida la tripletta svedese e Klaebo non sbaglia
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Redazione Sport
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Lo stadio del fondo del lago di Tesero, un anello di neve che per l’occasione aveva imbiancato anche i deliri di gloria di una nazione intera, ha restituito ieri il verdetto che in molti, forse con una punta di scaramanzia, speravano di poter riscrivere. La sprint olimpica in tecnica classica — disciplina che aveva regalato all’Italia due argenti consecutivi — si è invece trasformata in un monologo scandinavo, interrotto solo dall’exploit dell’americano Ben Ogden, capace infine di rompere un digiuno che per gli Stati Uniti durava da cinquant’anni -6. Ma per i colori azzurri, la musica è stata tutt’altra.
Johannes Høsflot Klæbo, che a questi Giochi di Milano Cortina 2026 sembra muoversi con la stessa inesorabile precisione di un metronomo, ha timbrato il suo settimo sigillo olimpico, il secondo personale in questa rassegna dopo lo skiathlon, dominando la gara maschile con un’accelerazione nel tratto centrale della salita che ha spezzato il gruppo e ogni velleità di rimonta -1-6. Davanti a lui, e abbiamo visto il podio maschile comporsi con l’ordine che il campo di partenza lasciava presagire, si è piazzato il venticinquenne del Vermont, capace di precedere a sua volta l’altro norvegese Oskar Vike. Un dominio, quello del fuoriclasse scandinavo, che assume contorni quasi fiabeschi se paragonato alla potenza pura espressa sugli sci stretti; si parla infatti di un possibile tentativo di eguagliare — o chissà, forse superare — la doppia cifra di ori olimpici, un club ristretto in cui il nuoto ha collocato Michael Phelps e che lo sci di fondo non aveva mai nemmeno sfiorato -1.
Se la Norvegia maschile ha impartito l’ennesima lezione di forza e tattica, la Svezia femminile ha risposto con una prova di collettivo che difficilmente troverà eguali nel resto del programma olimpico. Le tre ragazze del cuneo svedese, che hanno monopolizzato la finale sprint, hanno issato Linn Svahn sul gradino più alto del podio, lasciando alle compagne di squadra Jonna Sundling e Maja Dahlqvist l’onore di completare una tripletta che mancava nella storia della disciplina a questi livelli -2-7. Sundling, che pure del Titolo era la detentrice, ha dovuto cedere il passo alla più giovane compagna, in una gerarchia interna che sembra dettata più dallo stato di grazia del singolo giorno che da reali differenze tecniche. È una fotografia nitidissima, quella del podio tutto gialloblù, che racconta di una scuola nordica capace di rigenerarsi senza soluzione di continuità.
E l’Italia? La domanda, in queste ore, rimbomba nelle valli trentine e valdostane con un’eco che non trova risposte confortanti. Federico Pellegrino, l’uomo dei due argenti, l’alfiere che aveva abituato il pubblico a rimonte impossibili e finali al cardiopalma, ha chiuso la sua ultima recita olimpica individuale con un’eliminazione in semifinale, terzo nella propria batteria, aggrappato al cronometro fino all’ultimo centimetro di lama ma costretto ad arrendersi all’evidenza di un tempo non sufficiente per il ripescaggio -3-8. «Avevamo dei missili ai piedi», ha ammesso con onestà l’azzurro riferendosi al lavoro certosino degli ski men, che questa volta — a differenza delle polemiche sullo skiathlon — hanno azzeccato la sciolina e i dosaggi. Ma i missili, per quanto perfettamente oliati, non hanno colmato il divario atletico con chi, semplicemente, è partito più forte. «A volte bisogna ammettere che gli avversari sono più forti», la constatazione, asciutta e priva di alibi, di chi ha attraversato un’epoca intera dello sci di fondo mondiale -3.
Caterina Ganz, invece, era in vetrina. Per lei, che gareggiava in casa — la pista di Tesero dista pochi chilometri dalla sua Moena — l’Olimpiade si è consumata in una batteria di qualifica che sapeva di appuntamento con la storia personale prima ancora che con il medagliere. «E c’erano tutti a vedermi», il racconto a caldo, con la voce che tratteneva l’orgoglio di esserci comunque riuscita -4. Una partecipazione che non si traduce in finale, certo, ma che per un’atleta cresciuta a pane e neve in Val di Fiemme assume il sapore di una conquista intima, forse lontana dai riflettori delle televisioni nazionali ma profondamente radicata nel territorio che quei Giochi li ha sognati e costruiti. Per Iris De Martin, invece, al debutto assoluto in una rassegna a cinque cerchi, l’approccio è quasi filosofico: «Ci saranno altre occasioni», si ripete, forse nel tentativo di esorcizzare la tensione del primo impatto con una competizione che non perdona né gerarchie né timori reverenziali.
L’enigma dei materiali e la speranza nel relè
Se escludiamo le scuse legate alla sciolina — e per una volta gli atleti italiani hanno concordato nel riconoscere la bontà del lavoro dei preparatori — il rebus del fondo azzurro si infittisce -3. La differenza, a questi livelli, è affidata a dettagli che oscillano tra la biomeccanica e la pura fisiologia; e la sensazione, osservando i distacchi accumulati nelle fasi di salita, è che la scuola norvegese e svedese viaggi su un piano di preparazione atletica specifica che il settore maschile italiano fatica a replicare nelle gare sprint. Non è un caso che Pellegrino stesso, nelle dichiarazioni rilasciate in zona mista, abbia voluto spostare l’asticella delle ambizioni residue sulla prova a squadre, un formato che per caratteristiche tecniche e tattiche potrebbe livellare il gap fisico e consentire agli azzurri di giocarsi quelle carte che nell’individuale sono rimaste coperte -3. Una speranza, l’ultima, aggrappata allo scorrere dei giorni e al susseguirsi delle gare.




