Irpef, chi paga davvero le tasse in Italia: la fotografia di un sistema sbilanciato

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Redazione Interno Redazione Interno   -   In Italia la maggioranza dei contribuenti dichiara redditi che, dopo detrazioni e trattamenti integrativi, si traducono in un’imposta netta pari a zero. I dati sulle dichiarazioni presentate nel 2025, riferiti all’anno d’imposta 2024, mostrano che su 42,8 milioni di dichiaranti soltanto 34,1 milioni versano almeno un euro di Irpef.

Gli altri, poco più di 11 milioni, non pagano nulla: sono lavoratori dipendenti e pensionati le cui detrazioni azzerano il debito, oppure contribuenti che rientrano nella no tax area o che usufruiscono del trattamento integrativo, il cosiddetto bonus Renzi, che compensa interamente l’imposta dovuta.

La geografia del prelievo

La concentrazione del carico fiscale è il tratto distintivo del sistema. Chi dichiara redditi fino a 20mila euro rappresenta il 47% dei contribuenti ma versa appena il 5% dell’Irpef complessiva. Salendo nella scala dei redditi, la situazione cambia radicalmente: la fascia compresa tra 29mila e 35mila euro, che costituisce circa l’11% dei dichiaranti, contribuisce per una quota significativa del gettito, e sommata a chi supera i 35mila euro arriva a sostenere quasi l’80% dell’imposta.

Il dato, ricorrente nelle analisi degli ultimi anni, segnala una struttura in cui il finanziamento del welfare e dei servizi pubblici ricade su una minoranza di contribuenti.

Va precisato che il reddito imponibile non coincide con la retribuzione annua lorda. Per un lavoratore dipendente, il valore su cui si applica l’aliquota è già al netto delle detrazioni, che consentono di scaricare alcune spese e riducono la base su cui l’imposta viene calcolata. Questo meccanismo spiega perché molti stipendi apparentemente lontani dalle soglie di esenzione producano un’imposta netta vicina allo zero.

Allo stesso tempo, le statistiche includono tra i non versanti anche i minori e i familiari senza reddito proprio, che pure presentano dichiarazione ma non hanno capacità contributiva.

Il nodo delle retribuzioni

La progressività dell’Irpef, costruita secondo l’articolo 53 della Costituzione, non è di per sé il problema. La questione riguarda piuttosto la dinamica delle retribuzioni, che in Italia restano ferme da anni. Il fisco ha in parte sostituito le imprese nel sostenere il potere d’acquisto dei redditi medio-bassi attraverso bonus e detrazioni, ma questo meccanismo non incide sulla struttura delle paghe.

Le analisi sulla pressione fiscale collocano l’Italia ai primi posti tra i paesi sviluppati per il cuneo fiscale su stipendi e pensioni, con un divario significativo rispetto alla media europea. Il risultato è che il prelievo si concentra su una platea ristretta di contribuenti, mentre la base imponibile complessiva non cresce al ritmo necessario a riequilibrare il carico.

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