«Days of Ash» degli U2, un ep di protesta tra l’Ice di Minneapolis, Gaza e la guerra in Ucraina
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Redazione Cultura e Spettacolo
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A nove anni di distanza dall’ultimo album di inediti, gli U2 rompono un silenzio che per una band abituata a scandire i tempi della storia con le proprie note era diventato assordante, e lo fanno pubblicando a sorpresa, il mercoledì delle ceneri, un ep dal Titolo «Days of Ash» che di quel simbolismo liturgico – l’inizio della Quaresima, il rito del polvere torni alla polvere – incarna perfettamente lo spirito di lutto e di denuncia. Non si tratta, come ci tengono a precisare gli stessi membri della formazione di Dublino, del nuovo disco vero e proprio – quello per cui Bono avrebbe già pronto un bottino di venticinque canzoni e che vedrà la luce verso la fine del 2026 – ma di un gesto urgente, una risposta immediata a quello che il frontman stesso ha definito il tempo folle e esasperante che stiamo vivendo, un modo per riaffermare quel Dna impegnato che dai Troubles irlandesi degli esordi, con quegli inni di dolore e rabbia come «Sunday Bloody Sunday», ha portato la band a sviluppare una vocazione pacifista e terzomondista che oggi li vede schierati su più fronti.
L’ep, che consta di cinque brani e di una poesia recitata su tappeto musicale, è un affresco dolente e arrabbiato che mette in fila storie di vittime della violenza e della repressione, senza gerarchie geografiche ma con un filo rosso che le unisce: quello di esistenze spezzate dall’autoritarismo e dall’ingiustizia. Si passa dalla Cisgiordania, con «One Life at a Time» che critica l’attività dei coloni israeliani, all’Iran, dove «Song of the Future» ricorda la giovane Sarina Esmailzadeh, l’adolescente uccisa nel 2022 durante le proteste per la morte di Mahsa Amini, fino ad arrivare al cuore dell’America trumpiana, quella del ritorno alla presidenza di Donald Trump e delle sue politiche. E se il conflitto in Ucraina viene affrontato in «Yours Eternally», brano scritto a più mani con il musicista-soldato Taras Topolia, leader della band Antytila, e con Ed Sheeran, è sul suolo statunitense che si concentra la critica più aspra e diretta degli U2.
Il «Necrologio americano» per Renee Good e la violenza dell’Ice
Il pezzo d’apertura, «American Obituary», è una pietra tombale musicale che Bono e compagni hanno voluto dedicare alla memoria di Renee Nicole Good, la trentasettenne madre di tre figli uccisa a Minneapolis il 7 gennaio scorso da un agente dell’Ice, quell’Immigration and Customs Enforcement diventato il braccio armato della nuova crociata anti-immigrati voluta dall’amministrazione Trump e finito nel ciclone delle proteste dentro e fuori i confini nazionali, fino a riverberarsi persino nelle polemiche che hanno lambito le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026. Nel testo, che la band ha reso disponibile insieme al video, si descrive con cruda precisione quel mattino di gennaio, le 9.30, quando «un proiettile per ogni bambino» ha spezzato la vita di una donna definita dalle autorità – e qui l’indignazione degli U2 si fa feroce – una «terrorista interna», una «domestic terrorist». La canzone, che si apre con il monito «lei è nata per morire libera», è un atto d’accusa contro una macchina statale che spara sui propri cittadini che esercitano il diritto di protesta, un diritto costituzionalmente garantito, e che tenta di giustificare l’ingiustificabile attraverso una narrazione menzognera, contro la quale la band invoca la riscossa dell’America vera, quella che «si solleverà contro il popolo della menzogna».
Dalle macerie di Gaza al fronte ucraino, storie di resilienza
Ma lo sguardo del gruppo irlandese non si ferma certo alle frontiere nordamericane, abbracciando invece un panorama globale di sofferenza che include la tragedia mediorientale e il conflitto europeo. Se in «One Life at a Time» si critica la politica espansionistica israeliana nei territori occupati, e in «The Tears of Things» – brano che prende in prestito il titolo da un saggio del francescano Richard Rohr – si immagina un dialogo tra il David di Michelangelo e il suo creatore sul tema della compassione in tempi di violenza, è con «Yours Eternally» che si tocca una delle corde più intime e collaborative dell’intero progetto. Il pezzo vede la partecipazione di Taras Topolia, il cantante degli Antytila che dalla sua postazione al fronte ha potuto contribuire a distanza, e di Ed Sheeran, in un incontro tra generazioni e stili musicali diversi uniti dalla causa ucraina. Il brano, che uscirà accompagnato da un breve documentario del regista Ilya Mikhaylus proprio il 24 febbraio, a quattro anni esatti dall’inizio dell’invasione russa, si configura come una lettera di un soldato che sogna di risvegliarsi in un paese libero, e che pur imbracciando le armi, come recita la nota stampa della band, preferirebbe di gran lunga cantare.
Un ritorno alle radici militanti in attesa del nuovo album
«Days of Ash» rappresenta dunque una parentesi necessaria, uno sfogo controllato ma potentissimo nel percorso artistico di una band che non ha mai fatto mistero del proprio impegno politico e sociale, da Amnesty International alle campagne contro l’Aids, e che oggi, a cinquant’anni dalla fondazione – anniversario che cade proprio quest’anno e che verrà celebrato con la line-up originale al completo, incluso il batterista Larry Mullen Jr. tornato operativo dopo i problemi fisici che lo avevano limitato – sente il dovere di tornare a far sentire la propria voce. Le stesse dichiarazioni rilasciate dai membri del gruppo, con Adam Clayton che sottolinea come queste canzoni arrivino al momento giusto e The Edge che ribadisce come la loro fede in un mondo dove le frontiere non vengono cancellate con la forza non sia una moda passeggera, confermano la natura profonda e radicata di questo gesto artistico. Un ep che non celebra nulla, se non la memoria di chi non c’è più – una madre, un padre, una ragazza, un soldato – e che prepara il terreno per il disco vero e proprio che, promettono, sarà invece votato alla celebrazione della vita, una volta che questa bufera di follia e esasperazione avrà, forse, cominciato a dare tregua.
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