Gli U2 e il disco a sorpresa "Days of Ash": cinque canzoni contro la violenza dell'Ice, per la pace e la libertà

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Si chiama “Days of Ash”, ed è un fulmine a ciel sereno nel panorama discografico, questo EP che gli U2 hanno fatto trovare sui digital store nella giornata del Mercoledì delle Ceneri, un simbolismo, quello della cenere, che certo non può passare inosservato data la natura dei brani proposti. La band irlandese, a distanza di nove anni dall’ultimo lavoro di inediti – anche se Bono tiene a precisare che un album vero e proprio, con una ventina di brani pronti, arriverà più avanti nel corso dell’anno – ha deciso di rompere gli indugi e di rispondere con la musica a quello che accade nel mondo, un mondo che i quattro di Dublino vedono in ebollizione e che non può lasciarli in silenzio. Non si tratta, quindi, del nuovo atteso disco, ma di un gesto, di una presa di posizione artistica che si configura come una raccolta di cinque tracce e una poesia recitata, nate dall’urgenza di commentare, denunciare e ricordare.

L’EP, composto da “American Obituary”, “The Tears Of Things”, “Song Of The Future”, “One Life At A Time” e “Yours Eternally” – quest’ultima in collaborazione con Ed Sheeran e il cantante ucraino Taras Topolia – si presenta come un affresco delle tensioni globali, un tentativo di dare un nome e una storia a chi quelle tensioni le vive sulla propria pelle. Ad arricchire il progetto, e a conferirgli una profondità quasi letteraria, c’è anche la poesia “Wildpeace” del poeta israeliano Yehuda Amichai, a testimoniare una ricerca che spazia dal conflitto mediorientale alla necessità universale di una tregua, sebbene temporanea e fragile. La scelta di pubblicare il lavoro ora, in questo preciso frangente storico, è una dichiarazione d’intenti che riecheggia le loro origini, quando lo sguardo era puntato sui troubles irlandesi, per poi allargarsi a una vocazione pacifista e terzomondista che non li ha mai abbandonati.

La cronaca che diventa verso: storie di resistenza e di lutti

La forza di “Days of Ash” risiede nella sua capacità di trasformare la cronaca nera in arte, senza però cadere nel pietismo o nello spettacolo del dolore. Si pensi a “American Obituary”, brano che affronta un fatto di sangue avvenuto negli Stati Uniti, l’uccisione di Renee Good da parte di un agente dell’ICE, un episodio che ha scosso l’opinione pubblica e che viene qui riletto attraverso la lente dell’indignazione e della memoria. La violenza del trumpismo, con la sua retorica e le sue azioni sul campo, diventa così il bersaglio polemico di una canzone che si inserisce a pieno Titolo in quel filone di protesta che ha visto recentemente anche Bruce Springsteen pubblicare “Streets of Minneapolis”, facendo partire il proprio tour dalla città simbolo delle rivolte anti-amministrazione. Non si tratta di una coincidenza, ma di un clima culturale, di una resistenza artistica che sceglie la strategia dell’imboscata, del colpo a sorpresa per scuotere le coscienze.

Allo stesso modo, “Song Of The Future” volge lo sguardo verso l’Iran, dedicando i suoi versi a Sarina Esmailzadeh, la sedicenne uccisa dalle forze di sicurezza nel settembre del 2022 durante le manifestazioni del movimento “Donna, Vita, Libertà”. La ragazza, arrestata per non aver indossato l’hijab secondo i dettami del regime, è diventata un simbolo della lotta per l’emancipazione femminile e la sua storia, brutalmente interrotta dalle botte ricevute, trova in questa canzone un epitaffio laico e universale. La musica, in questi casi, non si limita a fare da colonna sonora agli eventi, ma si fa essa stessa documento, inchiesta, testimonianza di come le ideologie, quando diventano violenza di stato, finiscano per calpestare vite giovani e promettenti.

Dalla metropolitana di Kyiv al fronte: collaborazioni e impegno diretto

Uno dei pezzi forti dell’EP, “Yours Eternally”, porta la firma di una collaborazione che affonda le radici in un gesto di solidarietà concreta. Il brano vede infatti la partecipazione di Taras Topolia, il cantante ucraino che nel 2022, nei primi mesi dell’invasione russa, si era esibito con Bono e The Edge in un rifugio antiaereo della metropolitana di Kyiv, un’immagine che fece il giro del mondo e che simboleggiava la resistenza culturale di un popolo sotto le bombe. Quel momento, quell’incontro sotterraneo in una stazione trasformata in bunker, ha generato un legame che oggi si concretizza in una canzone che parla di guerra, di assenza, di lettere scritte dal fronte, a cui si unisce la voce di Ed Sheeran, a completare un trio di voci che attraversa generi e confini.

Non si ferma qui, però, la geografia del dolore esplorata dal disco. “One Life At A Time” è stata scritta pensando a Gaza e alla strage che si consuma in Terra Santa, mentre l’intero progetto, come fanno sapere dalla band, vuole essere una risposta alla follia di un mondo in fiamme, dalla guerra in Ucraina al conflitto israelo-palestinese. La scelta di pubblicare l’EP in questo periodo, a ridosso dell’anniversario dell’invasione russa e in un momento di forti tensioni sociali negli Stati Uniti, non è ovviamente casuale, ma risponde a quella che Bono stesso ha definito l’impazienza delle canzoni, che non potevano aspettare i tempi, necessariamente più lunghi, di un album tradizionale.

Il ritorno alla parola: un manifesto in sei tracce

“Days of Ash” si configura, in definitiva, come un ritorno alle radici più autentiche e impegnate degli U2, un recupero di quello spirito che li aveva portati, agli esordi, a guardare ai troubles irlandesi con occhi critici e partecipi. Oggi, come allora, la band sceglie di non restare in silenzio, di non rifugiarsi in una neutralità che sarebbe apparsa complice, e di schierarsi dalla parte di chi lotta per la libertà, in qualunque angolo del pianeta. L’EP, con i suoi sei brani, rappresenta una sorta di moderno pamphlet musicale, un grido di dolore e di speranza che attraversa gli oceani e le trincee, cercando di dare voce a chi non ce l’ha più o a chi, come Topolia, imbraccia un fucile pur avendo stretto in mano un microfono.

La scelta della poesia di Amichai, poi, aggiunge una dimensione quasi sacra al progetto, un tentativo di cercare una bellezza che resista alla barbarie, una pace selvaggia che possa finalmente mettere fine alle ostilità. Non si tratta, è bene chiarirlo, di un disco facile o di immediato consumo, ma di un’opera complessa, stratificata, che richiede all’ascoltatore di sporcarsi le orecchie con la cronaca, di immergersi in storie di ordinaria crudeltà e di straordinaria resistenza. Un lavoro che, al di là del giudizio meramente musicale, colpisce per la sua urgenza e per la sua coerenza con un percorso artistico e umano che, da quasi cinquant’anni, non ha mai smesso di interrogarsi sul ruolo dell’artista nella società.

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