Il report Mal’Aria di città 2026, tra lievi miglioramenti e la sfida dei nuovi parametri Ue
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Redazione Interno
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Nel quadro complessivo della qualità dell’aria in Italia, fotografato dall’edizione 2026 del report “Mal’Aria di città” di Legambiente, emerge un dato che potremmo definire ambivalente: da un lato, infatti, si registra una flessione del numero di capoluoghi che nel 2025 hanno superato i limiti giornalieri per il Pm10, scesi a tredici contro i venticinque dell’anno precedente e i ventinove del 2022, e questo rappresenta un segnale incoraggiante, dall’altro lato, però, se si sposta lo sguardo al 2030, l’anno in cui entreranno in vigore i nuovi e più restrittivi parametri imposti dalla direttiva europea 2024/2881, il panorama si fa decisamente più critico -2. Basti pensare, a Titolo esemplificativo, che con le soglie future — le quali prevedono per il Pm10 una media annuale di venti microgrammi per metro cubo, per il Pm2.5 il limite di dieci e per il biossido di azoto sempre venti — oggi risulterebbe fuorilegge ben il cinquantatré per cento delle città per quanto concerne le polveri sottili, e addirittura il settantatré per cento per le polveri ultrasottili, con punte preoccupanti in aree come la Pianura Padana, da sempre una delle zone europee più sofferenti per l’accumulo di inquinanti -4-2.
L’analisi condotta da Legambiente, che si avvale dei dati Arpa validati e aggiornati quotidianamente dalle stazioni di monitoraggio distribuite sul territorio, non si limita a una mera fotografia statica, ma proietta le tendenze in atto nei prossimi anni, calcolando la velocità di riduzione degli inquinanti sulla base delle medie mobili dell’ultimo quindicennio; ne deriva un quadro in cui molte amministrazioni, nonostante i progressi compiuti, rischiano di non centrare gli obiettivi se manterranno il ritmo attuale di miglioramento -3. A Cremona, per fare un nome, servirebbe un taglio del trentacinque per cento delle concentrazioni di Pm10, mentre Monza, per rientrare nei nuovi standard sul Pm2.5, dovrebbe addirittura ridurre l’attuale carico di polveri ultrasottili del sessanta per cento, una sfida imponente che richiederebbe interventi strutturali e non più rimandabili su più fronti -2.
Sul fronte specifico del Piemonte, il report colloca Alessandria in una posizione tutt’altro che invidiabile, subito dopo Torino tra i capoluoghi di provincia con la situazione più critica: la città registra una concentrazione media annua di Pm10 pari a venticinque microgrammi per metro cubo, che per allinearsi al limite 2030 necessiterebbe di un decremento del venti per cento, mentre per il Pm2.5, fermo a diciassette microgrammi, la riduzione richiesta schizza al quarantuno per cento -4. Leggermente meno preoccupante, ma comunque significativo, il dato relativo al biossido di azoto, dove Alessandria, con ventuno microgrammi, dovrà abbattere le emissioni del sette per cento, collocandosi in una posizione di media classifica nazionale ma restando pur sempre dentro quella lista di quaranta città che già oggi, se i nuovi parametri fossero in vigore, si troverebbero a sforare il tetto consentito -4.
Andrea Minutolo, responsabile scientifico di Legambiente, nel commentare i dati non ha usato mezzi termini, sottolineando come il Piemonte non possa permettersi di presentarsi al 2030 con centraline che mostrano questi livelli, perché ciò significherebbe esporre la regione a nuove procedure di infrazione, con conseguenti costi economici, sociali e sanitari di enorme portata, oltre a una perdita di competitività territoriale difficile da quantificare ma certamente pesante -4. Il richiamo è alle tre procedure già aperte contro l’Italia per il superamento dei valori limite degli inquinanti, cui si è aggiunta a gennaio 2026 una nuova procedura per il mancato aggiornamento del Programma nazionale di controllo dell’inquinamento atmosferico previsto dalla direttiva Net, segno di una complessiva arretratezza del Paese nell’adeguarsi agli standard europei -2.




