Referendum, tra sì, no e il rischio del quorum: la partita politica si gioca sull’astensione
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Redazione Interno
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Roma, 7 giugno – “Voto sì, voto no, vado al mare”. La formula, ripetuta ormai come un ritornello, riassume la confusione che avvolge i cinque referendum in programma l’8 e il 9 giugno, quattro dei quali riguardano il lavoro – sicurezza e Jobs act – e uno la cittadinanza. Ma più che sul merito dei quesiti, il dibattito pubblico si è concentrato su un altro aspetto: l’invito, esplicito o sottinteso, a non votare. Una strategia che, se da un lato mira a far fallire la consultazione per mancato quorum – il 50% più uno degli aventi diritto – dall’altro rivela calcoli politici ben precisi, con partiti e leader pronti a scommettere su equilibri futuri.
La premier Giorgia Meloni, insieme alla maggioranza di governo, ha scelto la linea dell’astensione, puntando a un esito che renda nullo il voto. Una mossa che ricorda, almeno nel metodo, l’appello lanciato nel 1991 dall’allora segretario socialista Bettino Craxi: «Andate al mare», disse allora, sperando in un flop del referendum sulla preferenza unica. Quell’invito, però, si rivelò un boomerang, con un’affluenza superiore al 60%. Oggi, a distanza di decenni, il rischio di un effetto simile non è scontato, ma la posta in gioco è alta per tutti.
Se il centrodestra punta a una bassa partecipazione, il centrosinistra appare diviso. Non esiste una linea unitaria, e le posizioni oscillano tra chi sostiene il “sì” e chi preferisce il “no”, a seconda dei quesiti. Le divergenze, più che tra schieramenti, emergono all’interno degli stessi partiti, rendendo il quadro ancora più frammentato. Una situazione che riflette non solo le differenze programmatiche, ma anche la volontà di non regalare avversari politici alla controparte.




