Addio a Frank Gehry, il visionario che piegava il metallo in forme viventi

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La notizia, giunta ieri da Santa Monica, ha fermato il mondo dell’architettura: Frank O. Gehry, il genio ribelle che per decenni ha plasmato il volto delle città con le sue sculture abitate, si è spento all’età di novantasei anni dopo una breve malattia respiratoria. La conferma, arrivatadirettamente dal suo staff, sigilla la vita di un uomo che, nato in Canada ma divenuto cittadino americano, ha saputo trascendere i confini disciplinari per ergersi a «Picasso dell’architettura», come lo definiscono da tempo gli addetti ai lavori, maestro ineguagliabile nel concepire edifici che sembrano colti nel pieno di un movimento perpetuo. Le sue creazioni decostruttiviste, del resto, non sono mai state semplici costruzioni: organismi viventi, piuttosto, provenienti da dimensioni altre, dove il mondo naturale dei pesci – una delle sue ossessioni formali – si fonde con suggestioni psichiche e visioni futuristiche, trasformando il titanio e il vetro in astronavi pronte all’approdo.

Dai bozzetti sui tovaglioli ai grattacieli iconici

La sua carriera, costellata di progetti che sono diventati immediatamente simboli, ha trasformato intere città in mete di pellegrinaggio per appassionati di arte e architettura. Basti pensare a Bilbao, la cui rinascita è legata a doppio filo con le curve scintillanti del suo museo, o alla più recente effervescenza culturale di Arles, in Francia, dove un suo intervento ha generato una nuova destinazione must-see. Anche in Italia, nonostante qualche occasione mancata – come il rifiuto opposto da Modena a un suo progetto – il suo segno è rimasto impresso in maniera indelebile, seppur in contesti più intimi: è il caso, ad esempio, del palco-conchiglia di Castelbrando a Cison di Valmarino, nato dal disegno improvvisato su un tovagliolo durante una cena. Un aneddoto che racconta la sua immediatezza creativa, la capacità di tradurre un’intuizione in forma concreta, principio che ha guidato anche la realizzazione di grattacieli avveniristici in ogni parte del globo.

L’eredità tecnologica e il libro omaggio

La sua visione, per quanto apparentemente libera e istintiva, è sempre stata sorretta da una ricerca tecnologica all’avanguardia, portata avanti spesso in collaborazione con aziende d’eccellenza. Tra queste spicca Permasteelisa, realtà italiana fondata dall’imprenditore visionario Massimo Colomban, che ha materialmente contribuito a erigere alcune delle architetture più sorprendenti firmate da Gehry. In una coincidenza tanto amara quanto significativa, proprio nel giorno della scomparsa dell’archistar, esce nelle librerie e su Amazon il volume “Dare forma alle Meraviglie”, scritto da Colomban, che celebra proprio il mito e il metodo del maestro canadese. Il libro non è una semplice biografia, ma il racconto di un dialogo profondo tra creatività e ingegneria, necessario a dare vita a quelle meraviglie di metallo che sembrano sfidare le leggi della fisica.

Il Californiano, artista globale

Definirlo solo un architetto, in effetti, appare riduttivo. Gehry è stato, primariamente, un grande artista, la cui formazione geografica e temporale – la California degli anni Sessanta e Settanta – ha giocato un ruolo fondamentale nel forgiare il suo sguardo anticonvenzionale. In quello crogiolo di sperimentazione, lontano dai rigidi canoni accademici dell’Est, ha potuto coltivare l’idea di un’architettura come esperienza emotiva e sinestetica, capace di suscitare stupore e, talvolta, anche polemiche. I suoi edifici, organismi psico-magici, continuano a interrogarci con la loro presenza, interrogando il limite tra scultura e funzionalità, tra sogno e realtà costruita. La sua scomparsa chiude un capitolo fondamentale del Novecento, ma lascia sul pianeta una costellazione di opere che resteranno, a lungo, testimoni di un’immaginazione senza confini.

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