Delfin respinge al mittente il ricorso di Basilico: “Delibere valide, passaggio quote non a rischio”

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La tregua, fragile come la cristalleria di Lussemburgo, è già durata meno di due settimane. L’assemblea dei soci del 27 aprile – che aveva segnato una vittoria netta per Leonardo Maria Del Vecchio, spingendolo verso il 37,5% del capitale della cassaforte di famiglia – viene ora contestata da Rocco Basilico, uno degli eredi, che ha presentato ricorso alle autorità giudiziarie del Granducato. La holding Delfin, per bocca di una nota ufficiale, non ha però atteso molto per rispedire al mittente le contestazioni, definendo il ricorso “infondato” e incapace di scalfire le decisioni già prese.

Una replica secca e puntuale alle contestazioni

Nella nota diffusa nella serata dell’8 maggio, Delfin prende atto del ricorso depositato da Basilico, che secondo le prime indiscrezioni riguardava sia le modalità del trasferimento del 25% delle quote – acquisite da Luca e Paola Del Vecchio tramite il veicolo Lmdv Fin – sia la nuova politica dei dividendi (che prevede la distribuzione dell’80% degli utili nel triennio 2025-2027). La replica della holding è lapidaria: le deliberazioni assembleari sono state adottate “nel pieno rispetto della normativa applicabile, dello statuto sociale e delle maggioranze richieste”.

Dietro la secchezza di questa formula si cela una strategia legale precisa. La società, che fa capo agli eredi del fondatore di Luxottica, sostiene che il tentativo di Basilico di bloccare l’operazione sia viziato alla radice da un’errata interpretazione delle clausole statutarie. Nulla, insiste la holding, può “incidere né sul trasferimento delle quote né sulle delibere regolarmente adottate”. Una replica, questa, che getta acqua sul fuoco della tesi sostenuta dai legali del ricorrente, i quali avevano ipotizzato la necessità di una maggioranza ben più alta del 75% per approvare l’ingresso di un nuovo veicolo societario (Lmdv Fin) nel capitale.

L’intesa privata tra madre e figlio e i tasselli del riassetto

Mentre sul fronte giudiziario si alza la tensione, il fronte interno della galassia sembra procedere spedito verso la ricomposizione. Nello stesso contesto temporale, è emersa la definitiva architettura dell’accordo tra Leonardo Maria Del Vecchio e la madre, Nicoletta Zampillo. L’intesa, che verrà formalizzata nei prossimi giorni, riguarda il passaggio al figlio della nuda proprietà del pacchetto del 12,5% di Delfin che faceva capo alla vedova del fondatore.

Si tratta di un passaggio quasi tecnico, ma cruciale, nella logica del consolidamento del potere del rampollo. La Zampillo, che deteneva materialmente le quote, ne trasferisce la sostanza proprietaria a Leonardo Maria, privandosi della titolarità piena dell’asset pur mantenendone forse l’usufrutto – un meccanismo che, nelle dinastie finanziarie, serve a blindare il patrimonio senza innescare conflitti fiscali immediati. Questo accordo si inserisce perfettamente nella narrativa del riassetto: con l’acquisizione delle quote dai fratelli (Luca e Paola) e adesso l’assorbimento della quota materna, Leonardo Maria Del Vecchio si avvia a diventare il primo azionista con una maggioranza relativa schiacciante.

La difesa della “conformità” al diritto lussemburghese

Delfin non lascia margini di manovra a chi spera in una sospensiva delle delibere. La nota difende con forza la conformità delle delibere del 27 aprile al diritto societario lussemburghese, un dettaglio non da poco considerando la giurisdizione in cui si svolge la battaglia. L’assemblea – si legge nelle motivazioni della holding – ha rispettato le maggioranze qualificate previste, e lo statuto sociale non imponeva alcun ostacolo insormontabile all’operazione voluta da Leonardo Maria.

Basilico, dal canto suo, aveva puntato il dito contro la procedura d’urgenza con cui è stato introdotto il punto sui dividendi e contro la natura del compratore (Lmdv Fin), ritenuto “terzo” rispetto al patto sociale. Ma la replica di Delfin ribalta la prospettiva: non solo le delibere sono valide, ma l’intero impianto del ricorso appare privo dei requisiti di idoneità a modificare lo status quo. La holding si dice pronta a difendere la legittimità delle delibere con tutti gli strumenti del diritto locale, blindando di fatto l’assetto varato in primavera. Un avvertimento chiaro, insomma, a chiunque pensasse di usare le aule di giustizia per ritardare l’inevitabile riconfigurazione dei poteri nella cassaforte di uno dei più grandi gruppi industriali italiani.

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