Texas, la sconfitta di Cornyn e il trionfo di Paxton cambiano il volto del partito repubblicano
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Redazione Esteri
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La lunga parabola politica di John Cornyn, senatore in carica dal 2003 e reduce da quattro mandati consecutivi, si è infranta contro la realtà di un partito che non riconosce più come suoi gli artefici del vecchio consenso: il ballottaggio delle primarie repubblicane in Texas ha sancito con oltre il 60% dei voti la vittoria di Ken Paxton, l’attuale procuratore generale dello Stato, sostenuto pubblicamente da Donald Trump a una sola settimana dal voto.
Quella che si prospettava come una sfida complicata per l’incumbent – nonostante i 92 milioni di dollari spesi dalla sua coalizione su un totale che ha superato i 128 milioni, cifra che rende questa competizione la più costosa nella storia delle primarie per il Senato – si è risolta in una débâcle politica che dice molto più delle semplici percentuali di gradimento.
Paxton, forte dell’appoggio di una base che considera la lealtà al presidente come il metro di misura esclusivo per giudicare un rappresentante, ha ribaltato il risultato del primo turno, dove Cornyn era arrivato marginalmente davanti, capitalizzando l’endorsement decisivo arrivato negli ultimi sette giorni di campagna.
L’addio al vecchio establishment e il peso della “lealtà”
La rimozione di Cornyn, che pure aveva votato l’agenda della Casa Bianca più del 99% delle volte, è la terza tappa di un tour repressivo che Trump ha inaugurato per punire i dissidenti e i tiepidi: dopo l’uscita di scena del senatore della Louisiana Bill Cassidy, travolto a metà maggio da Julia Letlow per il suo voto a favore dell’impeachment, e dopo la battuta d’arresto del deputato del Kentucky Thomas Massie, è arrivata la volta del texano.
Il peccato originale di Cornyn, agli occhi del MAGA movement, risale a quando certificò la vittoria di Joe Biden nel gennaio 2021, ma è stato aggravato nel 2024 dalla dichiarazione secondo cui il tempo del tycoon “era finito”. Un'affermazione, quest'ultima, che gli è costata cara.
A differenza sua, Paxton – che era presente al comizio del 6 gennaio prima dell'assalto al Campidoglio e che fu uno dei soli due politici eletti a partecipare al lancio della campagna presidenziale di Trump nel 2022 – rappresenta la personificazione di una fedeltà senza macchia, e la sua affermazione dimostra che, nell’attuale ecosistema conservatore, la lealtà personale pesa più dell’efficienza legislativa.
Le crepe nella fortezza rossa: perché i democratici ora sperano nel Texas
Se per l’establishment repubblicano la vittoria di Paxton suona come una vittoria di Pirro, lo è in particolare a causa del fardello giudiziario e morale che il candidato si trascina appresso: accusato di corruzione, abuso d’ufficio e oggetto di un impeachment (da cui fu poi assolto in Senato) promosso dai deputati del suo stesso partito alla Camera statale, Paxton rappresenta un bersaglio politico decisamente morbido per il candidato democratico James Talarico.
Quest’ultimo, deputato statale di Austin, non ha perso tempo: subito dopo i risultati ha incassato 600mila dollari in donazioni e ha iniziato a ritagliarsi il ruolo di paladino della moralità, definendo il rivale “il politico più corrotto d’America”.
La valutazione degli analisti del Cook Political Report, che hanno spostato la classificazione del seggio da “probabilmente repubblicano” a “leggermente repubblicano” (Lean Republican), conferma che l’affermazione di Paxton ha trasformato quella che doveva essere una formalità in una contesa reale, rimettendo in discussione la tenuta del partito in uno Stato dove i democratici non vincono un’elezione senatoriale da oltre trent’anni.
Strategie, finanze e nuove fragilità politiche
L’aspetto più paradossale della vicenda riguarda la gestione delle risorse economiche e il posizionamento ideologico: sebbene Paxton abbia trionfato, la sua capacità di attrarre fondi per la sfida generale di novembre appare preoccupante per i vertici del GOP, i quali temono di dover dirottare milioni di dollari in Texas per tamponare le falle di un candidato che, sulla carta, appare vulnerabile.
A ciò si aggiunge un dato politico non trascurabile: Paxton condivide con l’ala sinistra del Partito Democratico un certo populismo anti-grandi imprese, avendo intentato numerose cause contro aziende nel corso del suo mandato da procuratore generale, un profilo che potrebbe disorientare l’elettorato moderato e i donatori tradizionalmente vicini al mondo degli affari.
Talarico, dal canto suo, cerca di capitalizzare il malcontento anche sugli elettori delusi di Cornyn, tentando di costruire una coalizione inedita che includa i repubblicani suburbani infastiditi dagli scandali; e sebbene la struttura demografica del Texas favorisca ancora i conservatori, la combinazione di un candidato fragile e di un clima politico che ha visto calare i consensi per l’amministrazione in carica rende questa competizione – costata finora oltre 100 milioni di dollari – l’osservatorio privilegiato per capire se l’era di Trump, pur dominando le primarie, rischi di indebolire il
Partito in vista del voto generale di novembre.




