La parabola cinematografica di Checco Zalone, dalla Puggia a 'Buen Camino'

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Ci volevano quasi sei anni, un periodo interminabile per i suoi fan, per rivedere Checco Zalone sul grande schermo. Dopo l'esperienza, per certi versi amara, del "disoccupato pugliese" fuggito in Africa nel precedente "Tolo Tolo", il comico si ripresenta al pubblico nel nuovo "Buen Camino" con un'identità radicalmente opposta, quella di un imprenditore cinquantenne, figlio di un tappezziere divenuto produttore di divani, la cui ricchezza non è riuscita a scalfire un carattere profondamente viziato e narcisista. Un cambio di prospettiva, questo, che non ha affatto intaccato il consueto, travolgente successo al botteghino, come dimostrano i dati dei primi giorni di programmazione nel periodo natalizio.

Il dominio incontrastato al box office

I numeri, d'altronde, parlano da soli e confermano una volta di più lo status di fenomeno unico dello spettacolo italiano: "Buen Camino", diretto come di consueto da Gennaro Nunziante, ha infatti incassato oltre sette milioni di euro in un solo giorno, precisamente quello di Santo Stefano, totalizzando così una cifra superiore ai tredici milioni e settecentomila euro dopo appena quarantotto ore dalla sua uscita. Una performance che, se da un lato sancisce il primato quasi assoluto del film nelle sale – sette spettatori su dieci, tra coloro che hanno varcato la soglia di un cinema, hanno scelto la pellicola – dall'altro ripropone un dibattito mai sopito sulla quasi monopolizzazione dello schermo durante le festività.

L'era del cinepanettone e la sua eredità

Quella dominanza, che oggi appare sotto una luce diversa, rievoca un'epoca ormai lontana, quasi preistorica per le nuove generazioni, in cui il cosiddetto cinepanettone occupava senza rivali la maggior parte delle proiezioni. In quel contesto, le pellicole d'autore o di ricerca assumevano spesso il ruolo di un rifugio per una nicchia di spettatori, i quali, pur di non confondersi con la chiassosa platea delle grandi commedie, cercavano un conforto alternativo. Era un momento in cui la scelta, per molti, non verteva tanto sul "cosa" vedere, quanto sul "dove" posizionarsi culturalmente, tra la risata collettiva e senza freni e una visione più introspettiva e selettiva.

Una comicità che riflette il Paese

La forza della narrazione zaloniana, ciò che la rende così potentemente riconoscibile e attesa, risiede proprio in questa capacità di intercettare, attraverso la lente deformante della comicità, le trasformazioni e le paure dell'Italia contemporanea. Partendo da personaggi umili o falliti, per approdare ora a una figura di successo economico ma impoverita sul piano umano, l'artista disegna una parabola che molti ritrovano, in modi diversi, nel proprio vissuto o in quello altrui. La sua comicità, talvolta giudicata "scorretta" o spiazzante, funziona da specchio, spesso impietoso, di vizi e virtù nazionali, smascherando con ironia le contraddizioni di un Paese in bilico tra la nostalgia per un passato semplice e le sfide di una modernità complessa.

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