Il Papa ribadisce: la pena di morte è inammissibile, monito dopo il caso Fort Hood

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Papa Leone XIV è tornato a pronunciarsi contro la pena capitale, definendola «inammissibile» perché «attenta all’inviolabilità e dignità della persona». Lo ha fatto con un post pubblicato sul proprio account X in occasione della Giornata mondiale contro la pena di morte, che ricorre il 10 ottobre. Secondo il Pontefice, il bene comune può essere tutelato e le esigenze della giustizia possono essere salvaguardate senza ricorrere all’esecuzione: esistono sistemi di detenzione efficaci, ha scritto, che proteggono i cittadini senza togliere del tutto ai colpevoli la possibilità di redimersi.

Il messaggio si chiude con l’hashtag #NoDeathPenalty.

Il caso che ha riacceso il dibattito

La presa di posizione arriva mentre negli Stati Uniti infiamma la polemica per l’annuncio del Pentagono di voler trasmettere in diretta streaming l’esecuzione di Nidal Malik Hasan, l’ex maggiore e psichiatra dell’esercito responsabile della sparatoria di Fort Hood del 5 novembre 2009. In quell’attacco, compiuto nel centro di smistamento medico della base texana, morirono tredici persone, dodici delle quali soldati, e altre trentadue rimasero ferite.

Hasan, nato negli Stati Uniti da famiglia di origine palestinese, fu condannato a morte nel 2013 da un tribunale militare.

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha confermato che l’esecuzione avverrà mediante plotone d’esecuzione e sarà pubblica. «Faremo in modo che la gente possa vederla. Che sia pubblica», ha dichiarato in un’intervista all’emittente conservatrice Real America’s Voice. «Le persone devono capire che ci sono gravi conseguenze per questo tipo di azioni». L’esecuzione è fissata per il 3 dicembre a Fort Hood, alle 13, l’orario in cui nel 2009 iniziò la strage. Si tratterebbe della prima esecuzione militare statunitense dal 1961.

Le reazioni vaticane e il caso Pike

Alla condanna del Papa hanno fatto eco le dichiarazioni del cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, e dell’arcivescovo Paul Coakley, presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti. Parolin ha definito «incomprensibile» l’intenzione di trasmettere l’esecuzione in diretta: «È inaccettabile trasformare la morte in uno spettacolo. Per quanto colpevole sia la persona, ci sono altre strade». Coakley ha parlato di «promozione barbara di una cultura di morte».

Il dibattito statunitense sulla pena capitale si era già riacceso nei giorni precedenti per il caso di Christa Pike, la donna di cinquant’anni condannata a morte in Tennessee che il 30 settembre è sopravvissuta a due somministrazioni dell’iniezione letale. Pike, in carcere dal 1996 per l’omicidio di una compagna di scuola commesso quando era diciottenne, è stata dimessa dall’ospedale ed è ora in un centro di riabilitazione; i suoi avvocati hanno definito il suo recupero «medicamente senza precedenti».

Il governatore del Tennessee Bill Lee ha sospeso l’unica altra esecuzione programmata nello Stato per quest’anno.

I numeri delle esecuzioni negli Stati Uniti

I dati sulle esecuzioni capitali negli Stati Uniti continuano a crescere. Pochi giorni prima del caso Pike, il Texas ha giustiziato Jamaal Howard, quarantaseienne condannato per l’omicidio di una commessa durante una rapina nel 2000: è stata la trentesima esecuzione nel Paese dall’inizio del 2026. La Florida guida la classifica con sedici esecuzioni, seguita dal Texas con sette. Secondo le rilevazioni di Amnesty International, nel 2025 le esecuzioni pubbliche nel mondo sono state diciassette, undici delle quali in Iran e sei in Afghanistan.

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