Sunshine Osman e le cinghiate sul bus: «Più chiedevo “perché?” e maggiore era la loro furia»
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Redazione Interno
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La linea 5, quella che da Alessandria si snoda verso Spinetta Marengo, è il teatro di una violenza che non conosce attenuanti. Sunshine Osman, trentaquattro anni, nigeriana e residente nel capoluogo piemontese da tempo, ha visto il suo quotidiano tragitto – compiuto ogni giorno dopo aver prelevato il figlio a scuola – trasformarsi in un incubo di cuoio e rabbia. A bordo del pullman, la donna ha urtato involontariamente due giovani; un contatto banale, forse favorito da una frenata brusca del mezzo, che lei stessa ha subito cercato di riparare con una scusa. «Ho chiesto subito scusa», racconta ancora sotto choc, ma quel gesto non è bastato a placare la furia dei due aggressori, entrambi minorenni.
«Più chiedevo “perché?” – e la sua voce, nelle ricostruzioni, tradisce ancora l’incredulità – e maggiore era la loro furia». Dalle parole si è passati presto ai fatti: i due ragazzi hanno estratto dallo zaino una cintura di cuoio, e l’hanno usata per colpirla «ovunque». Le cinghiate sono piovute senza sosta, mentre sul pullman nessuno, a suo dire, è intervenuto. La scena più dolorosa, però, non è stata quella dei lividi che oggi le coprono il. È stato il pianto disperato del figlio più grande, dodici anni, che urlava «mamma, mamma» sotto lo sguardo impotente della madre, la quale aveva tra le braccia anche un bambino di pochi mesi.
L’aggressione davanti al figlio e il silenzio degli altri passeggeri
La dinamica, ricostruita dagli inquirenti, non lascia spazio a fraintendimenti. Sunshine Osman era salita regolarmente sul bus dopo aver preso i figli a scuola; l’urto accidentale con i due ragazzi è stato il detonatore di una reazione sproporzionata. «Li ho urtati per sbaglio, è vero – ripete la vittima – ma ho subito chiesto scusa. Non è bastato nemmeno quello. Non pensavo però potessero prendermi a cinghiate». A colpirla, sottolinea, sono stati proprio con quella cintura di cuoio che i due minorenni avevano tirato fuori dallo zaino, in un gesto che appare tutt’altro che improvvisato. La violenza è continuata sotto gli occhi del figlio dodicenne, il quale – come lei stessa ha riferito – piangeva e urlava senza che nessuno dei presenti si facesse avanti per proteggere la madre o fermare gli aggressori.
L’identificazione e la denuncia a piede libero dei due minorenni
Le indagini, avviate subito dopo la segnalazione, hanno permesso di identificare i due responsabili. Si tratta di minorenni, denunciati a piede libero dalle forze dell’ordine. Non sono stati resi noti né i loro nomi né ulteriori dettagli che possano ricondurre alle loro generalità, in ossequio alle normative sulla tutela dei minori coinvolti in procedimenti penali. La loro condotta, tuttavia, è stata chiaramente ricostruita: nessuna provocazione precedente da parte della donna, nessun litigio verbale prolungato, solo l’urto fortuito e le scuse immediatamente formulate. Ciononostante, i due hanno scelto di usare la violenza fisica con un oggetto duro e flessibile come una cintura, colpendo la vittima ripetutamente. «Mi hanno colpita ovunque, ho lividi dappertutto», ha dichiarato Sunshine Osman, mostrando i segni ancora visibili sul.
Un episodio che solleva interrogativi sulla sicurezza sui mezzi pubblici
Quanto accaduto sulla linea 5 non è solo il racconto di una aggressione brutale. È anche la cronaca di un fallimento collettivo, quello dei passeggeri che hanno assistito senza intervenire, e di un sistema che lascia due minorenni aggredire una madre con un neonato in braccio e un figlio più grande che implora aiuto. Sunshine Osman, che da tempo vive ad Alessandria e lavora per integrarsi nel tessuto cittadino, si è vista negare persino il diritto elementare alla sicurezza durante un normale spostamento in autobus. Il fatto che i due aggressori siano minorenni non attenua la gravità di quanto accaduto; al contrario, rende ancora più inquietante la disinvoltura con cui hanno maneggiato la cintura come fosse un’arma. La Procura dei minori, ora, dovrà valutare i profili penali della vicenda, mentre la donna cerca di rimarginare ferite che non sono solo fisiche. «È stato un incubo», ripete. E il suo, ancora coperto di lividi, ne è la testimonianza silenziosa.




