Turchia, proteste e repressione dopo l'arresto di Imamoglu

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Centinaia di migliaia di persone hanno riempito le strade di Istanbul e di altre città turche per protestare contro l’arresto di Ekrem İmamoğlu, già sindaco della metropoli, ora detenuto in un carcere di massima sicurezza a Marmaras con accuse che molti definiscono pretestuose. La misura, che ha colpito un esponente chiave dell’opposizione, è stata percepita come l’ultimo atto di una stretta autoritaria sempre più marcata, capace di trascinare il paese in quella che la confederazione sindacale KESK – vicina alla CES – non esita a chiamare una "fase oscura" per la democrazia.

Le proteste, scoppiate dopo la decisione giudiziaria, hanno visto una repressione immediata e brutale. Oltre mille arresti, secondo fonti indipendenti, tra cui politici locali, attivisti, giornalisti – come Yasin Akgul, corrispondente dell’AFP – e persino artisti. La polizia ha fatto ricorso a gas lacrimogeni, proiettili di gomma e cariche violente, lasciando sul terreno non solo feriti ma anche segni tangibili della fuga disperata dei manifestanti: cumuli di scarpe abbandonate in piazza Saraçhane, davanti al municipio, dove molti avevano cercato riparo.

Intanto, la scelta del CHP, principale partito d’opposizione, di sospendere gli incontri pubblici dopo le primarie interne – dove İmamoğlu è emerso come potenziale sfidante di Erdoğan nel 2028 – aggiunge tensione a un quadro già instabile. Se da un lato il movimento di protesta si radicalizza, con gli studenti in prima linea, dall’altro la crisi economica, con la lira in caduta libera e il sistema bancario sotto pressione, rischia di aggravare ulteriormente la situazione.

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