La Lega rilancia la stretta sulla cittadinanza: più anni di residenza, esame e nuove revoche
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Redazione Interno
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Con una proposta di legge depositata alla Camera, la Lega tenta di imprimere una svolta restrittiva alla normativa che regola l’acquisizione e la perdita della cittadinanza italiana, puntando a innalzare le barriere dopo il recente referendum che bocciò l’ipotesi di dimezzare i tempi di residenza. Il testo, che vede tra i primi firmatari il deputato Jacopo Morrone e il capogruppo Riccardo Molinari, modifica in senso stringente diversi aspetti cardine della legge, estendendo ad esempio da due a quattro anni il periodo minimo di residenza legale richiesto per presentare la domanda. L’iniziativa legislativa, più volte annunciata nei mesi scorsi, si colloca in un dibattito politico dove al centro, per altre forze, c’è invece l’idea di agevolare i percorsi, come nel caso dello ius scholae.
L'esame di integrazione per chi nasce in Italia
Una delle novità più significative riguarda i cosiddetti stranieri nati in Italia, per i quali il percorso verso il riconoscimento della cittadinanza al compimento della maggiore età verrebbe complicato. Non basterebbe più, infatti, la semplice dichiarazione di volontà presentata entro un anno dal diciottesimo compleanno; si richiederebbe, al contrario, il superamento di un esame di integrazione, le cui modalità e contenuti sarebbero definiti da un successivo decreto del ministero dell’Interno. Questo esame, concepito per verificare la conoscenza delle regole sociali e giuridiche minime del Paese, si aggiungerebbe a una serie di stringenti requisiti penali: l’assenza di condanne definitive per delitti non colposi, l’assenza di procedimenti penali in corso per le stesse tipologie di reato, la non ammissione alla pena su richiesta e l’assenza, nei tre anni precedenti, di delitti coperti da perdono giudiziale.
Le nuove e più ampie cause di revoca
Altro pilastro della proposta è l’ampliamento delle cause che possono portare alla revoca della cittadinanza, già ottenuta. Oltre ai casi già previsti, si introduce la perdita dello status a seguito di una condanna definitiva a una pena superiore ai cinque anni, oppure, anche per pene inferiori, per specifici reati di particolare allarme sociale. Rientrano in questa categoria i delitti di violenza di genere, lo stupro, i maltrattamenti in famiglia, lo stalking e il cosiddetto revenge porn. Vengono inclusi, con una specifica attenzione a fenomeni considerati “culturalmente motivati”, anche i reati di costrizione o induzione al matrimonio, le pratiche di mutilazione genitale femminile e la tratta di esseri umani, per i quali una condanna definitiva superiore ai tre anni comporterebbe la decadenza dalla cittadinanza.
Un contesto politico di proposte contrapposte
La mossa della Lega, il cui leader Matteo Salvini ha più volte sottolineato la necessità di "stringere" maglie ritenute troppo lasche, si contrappone nettamente ad altre iniziative parlamentari mirate a introdurre elementi come lo ius scholae, sostenuto dal centrosinistra ma anche da una parte della maggioranza. La filosofia della proposta si basa sull’assunto che i requisiti attuali consentano un numero eccessivo di naturalizzazioni, rendendo quindi necessario un vaglio più severo e formale dell’effettiva integrazione. L’esame, in questo quadro, diventerebbe lo strumento cardine per attestare non solo la conoscenza linguistica, ma anche l’adesione a quelle che vengono definite le regole minime di convivenza civile del Paese.




