Una telefonata a San Siro e un nome sospeso: Rocchi e l’ombra di Schenone sull’inchiesta arbitri
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Redazione Sport
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Il fruscio metallico delle intercettazioni, che spesso rivela più dei rapporti ufficiali o delle conferenze stampa, ha restituito un frammento di dialogo destinato a pesare come un macigno sugli equilibri del calcio italiano. Il momento, per ora, più scoperto dell’inchiesta milanese – quella che ha già portato all’autosospensione del designatore Gianluca Rocchi – non riguarda un intervento diretto in sala Var o una presunta “bussata” al vetro di Lissone, ma una conversazione avvenuta nei meandri di San Siro. Era il 2 aprile 2025, sera della semifinale di andata di Coppa Italia, quando gli investigatori hanno intercettato Rocchi mentre, al cellulare e parlando con un suo interlocutore (un altro esponente del settore), tirava in ballo il nome della figura operativa che, per un club di vertice, funge da collante con la categoria arbitrale. Quel nome, rivelato dalla stampa, è Giorgio Schenone.
Schenone, va detto subito, non risulta al momento indagato nel fascicolo della Procura di Milano, eppure il suo ruolo rende la telefonata particolarmente significativa per i magistrati coordinati dal pm Maurizio Ascione. Dal 2020, l’ex assistente di linea – un passato da guardalinee in Serie A e B e da collaboratore internazionale proprio al fianco di Rocchi in diverse trasferte europee – ricopre ufficialmente la carica di club referee manager dell’Inter. Una figura, quest’ultima, ormai diffusa negli organigrammi delle società professionistiche, soprattutto da quando la tecnologia e la complessità del regolamento hanno reso necessario un filtro tecnico tra lo spogliatoio e la stanza dei bottoni. Compito di Schenone è, in apparenza, operativo e didattico: spiegare ai calciatori le novità regolamentari, descrivere i profili dei direttori di gara in settimana, organizzare l’accoglienza delle terne negli stadi e, nei fatti, gestire la “diplomazia” sul campo.
Un legame professionale che diventa un problema giudiziario
Ciò che trasforma questa consuetudine in un potenziale elemento di prova per l’accusa, però, è la natura informale e storicamente consolidata del rapporto tra i due. Prima di approdare a una scrivania a Milano, Schenone era stato per anni uno dei collaboratori più fidati di Rocchi sul terreno di gioco. Un’intesa di vecchia data che, secondo la ricostruzione delle intercettazioni, potrebbe aver oltrepassato i confini della semplice cortesia professionale. La conversazione captata a San Siro, avvenuta mentre la partita era in corso, avrebbe infatti toccato il tema delle designazioni future, menzionando la famosa dicotomia tra arbitri “graditi” e arbitri “sgraditi” al club nerazzurro.
Secondo gli atti dell’inchiesta, in quella telefonata Rocchi avrebbe fatto riferimento proprio a Schenone come al canale attraverso il quale filtrare le preferenze della Beneamata. Un aspetto, questo, che risponde a due domande rimaste finora inevase: perché il pm Ascione ha parlato di designazioni pilotate per Bologna-Inter (affidata al “gradito” Colombo) e per il derby di ritorno di Coppa Italia (affidata al “poco gradito” Doveri)? E come faceva Rocchi a sapere quali fossero le sensibilità del club in materia arbitrale?. I magistrati ritengono che la risposta sia proprio in quel dialogo del 2 aprile, dove l’ex designatore (indagato per frode sportiva in concorso) avrebbe delineato la strategia per “schermare” Doveri, evitandogli la direzione delle gare più calde nella volata scudetto e nella finale di Coppa.
I paletti regolamentari e la prassi informale
C’è un paradosso giuridico che aleggia attorno alla figura del club referee manager, che nemmeno i regolamenti federali sono riusciti a sanare del tutto. Formalmente, il perimetro entro cui si muove Schenone è rigidamente delimitato: il rapporto con i vertici arbitrali deve avvenire esclusivamente tramite i canali ufficiali, ovvero il referente indicato dalla Can (in passato Riccardo Pinzani, oggi Andrea De Marco). L’addetto agli arbitri non dovrebbe mai interfacciarsi direttamente con il designatore. Eppure, la prassi quotidiana del calcio professionistico, fatta di convivenze forzate negli hotel, di contatti nei corridoi degli stadi e di amicizie che precedono le nomine, rende spesso questi muri teorici fragili.
Schenone, del resto, non è una figura qualunque nemmeno dal punto di vista della formazione: è stato pubblicamente elogiato dal presidente dell’Inter per aver ridotto il numero di ammonizioni nello spogliatoio, e gestisce corsi per il settore tecnico della Federcalcio. Ma proprio questa pervasività, la sua capacità di muoversi con disinvoltura tra lo spogliatoio di San Siro e la sala riunioni della Federcalcio, lo ha reso un testimone indiretto – o forse qualcosa di più – nell’ingranaggio investigativo. La circostanza che Rocchi lo abbia nominato in una conversazione riservata aiuta a comprendere come l’associazione tra Procura e Guardia di Finanza stia cercando di dimostrare che non si trattò di una chiacchierata generica, bensì di una concertazione di interessi.
Difese e immediate reazioni sulla vicenda Schenone
Nel frattempo, mentre il nome di Schenone faceva il giro dei quotidiani, gli sviluppi dell’inchiesta hanno coinvolto direttamente anche altri vertici del sistema arbitrale, a partire dal supervisore Var Andrea Gervasoni. Interrogato per diverse ore dal pm Ascione, Gervasoni ha respinto le accuse relative a presunte ingerenze in partite come Salernitana-Modena – sostenendo l’impossibilità fisica di essere presente nella sala Var di quella partita, dato che si trovava in un’altra palazzina – e ha anche chiarito l’episodio di Inter-Roma (il rigore negato su Bisseck definito un “erroraccio” del Var, ma senza alcuna manomissione dell’audio).
Nessuno, per ora, ha fornito una versione ufficiale su cosa dicesse esattamente Rocchi riguardo a Schenone. Tuttavia, la linea difensiva che emergerà nelle prossime settimane dovrà fare i conti con l’oggettività di quel reperto: una telefonata che scardina la narrazione della casualità nelle scelte tecniche. Tra i tasselli ancora da incastrare ci sono “le altre persone” con cui Rocchi avrebbe concordato le strategie, un concorso in frode sportiva che al momento vede indagati solo addetti ai lavori e ancora nessun dirigente di club. Il fatto che Schenone, nonostante sia stato nominato, sia rimasto fuori dal registro degli indagati suggerisce che i magistrati stiano valutando con cautela il suo coinvolgimento o cercando riscontri più solidi prima di compiere un passo formale.




