Trump e Ue trovano un accordo sui dazi, ma il made in Italy rischia di pagare il conto
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Redazione Economia
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Donald Trump e Ursula von der Leyen hanno annunciato domenica 27 luglio un’intesa che fissa al 15% i dazi generalizzati sulle esportazioni dall’Europa agli Stati Uniti. Sebbene presentato come un compromesso vantaggioso per entrambe le parti – dopo settimane di tensioni e la minaccia iniziale di aliquote al 30% –, l’accordo rischia di penalizzare proprio quei settori italiani che, negli ultimi anni, hanno trainato la crescita delle vendite oltreoceano.
I numeri, del resto, parlano chiaro: come riporta Il Corriere della Sera, le esportazioni italiane hanno segnato un +30% nell’ultimo quinquennio, toccando i 623 miliardi di euro nel 2024, con un surplus commerciale di 55 miliardi. Un trend che potrebbe subire una brusca frenata, visto che i nuovi dazi colpiranno alcuni comparti cruciali per l’economia nazionale, dalle terre rare all’energia, dalla siderurgia all’agroalimentare.
Proprio quest’ultimo settore, insieme al farmaceutico e all’automotive, è al centro delle preoccupazioni sollevate dalla Cgil Napoli e Campania. "La nostra regione pagherà un prezzo doppio", ha denunciato il segretario generale Nicola Ricci, sottolineando come le aziende locali, comprese quelle a capitale straniero che producono in Italia per il mercato statunitense, dovranno affrontare costi di spedizione più elevati e gli effetti della svalutazione del dollaro.
A preoccupare sono soprattutto le micro e piccole imprese, spesso prive della liquidità necessaria per assorbire l’aumento dei tributi doganali. In provincia di Lucca, ad esempio, la Cna ha già lanciato l’allarme per il lapideo, la nautica e il calzaturiero, settori in cui anche un lieve incremento dei dazi potrebbe tradursi in una perdita di competitività.
Non è un caso che Trump, da sempre critico verso le politiche commerciali dell’Ue, abbia insistito per un inasprimento delle tariffe, presentandolo come una misura necessaria per proteggere l’economia americana. Quel che è certo è che l’Europa, pur evitando il peggio – il 15% è comunque la metà della soglia inizialmente paventata –, dovrà fare i conti con un contesto meno favorevole, in cui le imprese italiane, già alle prese con i rincari delle materie prime, si troveranno ad operare in condizioni ulteriormente complicate.




