Manette per chi non mette il velo, l'Iran inasprisce la repressione

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La magistratura iraniana ha introdotto nuove, severe misure contro chiunque “promuova la rimozione” del velo islamico, segnando una decisa stretta repressiva dopo un periodo di apparente, quanto ambiguo, stallo. Questa mossa istituzionale, che prevede l’arresto per i trasgressori, arriva in un momento in cui le autorità sembrano voler ristabilire un controllo ferreo sulla condotta femminile, un principio cardine della Repubblica islamica dalla sua fondazione. Sebbene, negli ultimi tempi, alcune donne avessero tentato di sfidare pubblicamente l’obbligo, la nuova direttiva giudiziaria non lascia spazio a interpretazioni, ribadendo con forza la linea dura del regime.

La scomparsa dell'atleta Hanieh

A confermare la pericolosità concreta di questa svolta è la drammatica vicenda di Hanieh Shariati Roudposhti, atleta e allenatrice di taekwondo residente a Teheran, della quale si sono perse le tracce dopo il suo arresto. Secondo quanto denunciato dall’Organizzazione per i diritti umani Hengaw, con sede in Norvegia, la donna è stata fermata dalle autorità iraniane la sera di domenica 9 novembre 2025, per essere poi condotta in un luogo di detenzione segreto. La motivazione ufficiale addotta per la privazione della libertà personale, stando a una fonte vicina alla sua famiglia, sarebbe stata la “mancata osservanza del codice di abbigliamento pubblico durante un’esibizione pubblica”, un riferimento ai video che la ritraevano senza hijab, da lei stessa pubblicati sui social media dopo essersi esibita in strada.

Il controllo sul corpo femminile

La legge che impone il velo, basata sulla sharia sciita, rappresenta da sempre uno strumento fondamentale di sorveglianza e limitazione della libertà individuale delle donne, il cui corpo viene considerato, dalle autorità, un terreno su cui esercitare un dominio politico e ideologico. Attraverso norme di questo tipo, lo stato teocratico afferma la propria autorità, punendo qualsiasi gesto di autonomia o di dissenso che passi attraverso la semplice scelta di mostrare i propri capelli. Non si tratta, quindi, di una semplice questione di abbigliamento, bensì di un pilastro dell’identità nazionale imposta dal regime, che viene difeso con ogni mezzo, compresa la privazione della libertà personale.

Il doppio volto della propaganda

Parallelamente a queste azioni repressive, il regime procede con un’attenta operazione di propaganda, finalizzata a presentare un’immagine di moderazione e progresso. Un esempio emblematico è quello di Paniz Faryoussefi, celebrata come la prima donna direttrice d’orchestra in Iran, la quale, salendo sul podio della sala concerti Vahdir, indossa un lungo abito scuro e una sciarpa nera che le copre i capelli in perfetta aderenza alla legge. La sua figura, trasformata in un simbolo dal governo, viene utilizzata per dimostrare che è possibile raggiungere traguardi prestigiosi all’interno dei confini dettati dall’ideologia islamista, offrendo un controcanto strategicamente orchestrato alle storie di arresti e repressione.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.